“Tedeschellum”: 8 modi per migliorare la legge elettorale

(Nota: questo articolo è stato scritto nelle ore che hanno preceduto l’accordo in sede politica tra PD, M5S e FI su delle nuove modifiche volte a correggere alcuni punti dell’emendamento “simil-tedesco” presentato qualche giorno fa; alcune di queste modifiche sembrano venire incontro, in tutto o in parte, ai suggerimenti che abbiamo esposto qui: dove ciò è avvenuto, lo segnaliamo con la scritta UPDATE seguita dalle opportune integrazioni)


In queste ore in Commissione affari costituzionali alla Camera è in discussione la riforma della legge elettorale. Il testo base da cui si era partiti (relatore Fiano) era il cosiddetto “Rosatellum”, di cui abbiamo spiegato il funzionamento qui. Poi però, su proposta di Forza Italia, le principali forze politiche hanno trovato un accordo su un sistema di impianto simil-tedesco. Questo accordo si è tradotto con l’emendamento, sempre a firma Fiano, che potete leggere qui.

Il sistema previsto in quell’emendamento (proporzionale con soglia di sbarramento al 5% e divisione del territorio nazionale in un numero di collegi uninominali pari alla metà dei seggi da assegnare, come in Germania) presenta molte criticità: alcune di queste sono state già analizzate dal nostro Lorenzo Pregliasco in un articolo per Valigia Blu. L’impianto di questo sistema, di fatto, rinuncia a qualsiasi meccanismo di disproporzionalità che possa premiare le forze politiche che ottengano più voti, di modo da facilitare la formazione di un governo dopo le elezioni. Ma si tratta in tutto e per tutto di una scelta politica legittima, su cui si è registrato un vasto consenso parlamentare: qui proviamo ad avanzare una serie di proposte per migliorare la legge, pur mantenendone inalterato l’impianto.

1. Rendere “veri” i collegi uninominali

Il difetto principale del “simil-tedesco” è che, pur prevedendo i collegi uninominali, non garantisce l’elezione al candidato che arriva primo nel collegio, come invece avviene in Germania. Questo perché in Germania è possibile che un partito vinca più collegi uninominali di quanti gliene assegni la distribuzione proporzionale: in quel caso, gli “extra-seggi” (uberhangmandaten) vengono “compensati” aumentando il numero complessivo dei seggi, cosa che in Italia è impossibile perché il numero di seggi delle Camere è fissato in Costituzione – a differenza che in Germania. Ma rendere la vittoria di un candidato in un collegio “inutile”, perché la sua elezione è subordinata ad una serie di altri fattori, svilisce la funzione stessa del collegio uninominale, che è quella di eleggere il rappresentante di un territorio e di premiare i partiti che presentano in ciascun collegio i candidati migliori.

UPDATE – La notizia di oggi è che si è trovato un accordo per ridurre al minimo l’eventualità che un candidato vinca nel collegio senza risultare eletto: da un lato viene meno la prevalenza del capolista bloccato sui candidati nei collegi per quanto riguarda l’ordine di elezione in una circoscrizione; dall’altro, viene ridotto il numero di collegi, di modo che aumentino le probabilità di essere eletti se si arriva primi in un collegio. Questa riduzione però presenta a sua volta dei punti critici: si considerano, per la Camera, gli stessi collegi ritagliati nel 1993 dalla legge Mattarella, ma per il Senato. Quindi: 1) senza considerare che quei collegi tenevano conto della popolazione registrata dal censimento ISTAT del 1991, mentre oggi dovrebbero basarsi su quello del 2011; 2) senza considerare che dal 1993 ad oggi sono cambiate alcune forme di ritagli amministrativi (ad esempio con le Unioni di Comuni); 3) se per la Camera si utilizzano quelli del Senato, quali collegi dovrebbero utilizzarsi invece per il Senato?

2. Ridistribuire meno seggi proporzionali in caso di extraseggi

Una possibile soluzione al problema di cui sopra è quella di rendere variabile il numero di seggi proporzionali da assegnare una volta individuati i vincitori nei collegi. Spieghiamo: se un partito vince ad esempio 150 dei 303 collegi alla Camera, ma la ripartizione proporzionale gliene assegna di meno (poniamo 140), il partito conserva quei 150 seggi, e i seggi di differenza (in questo caso dieci) vengono invece scalati dal totale da distribuire agli altri partiti. In questo modo si crea anche un – lieve – effetto premiante per i partiti che riescono a vincere talmente tanti collegi da ottenere degli extraseggi. Niente paura, però: l’effetto disproporzionale è comunque molto limitato (i collegi uninominali sono pur sempre solo metà del totale), per cui è matematicamente impossibile che questa disposizione possa alterare l’impianto – complessivamente proporzionale – della legge.

UPDATE – Come abbiamo detto, la soluzione verso cui si è invece scelto di andare (ossia la riduzione dei collegi uninominali) fa venire meno questa possibilità. I vincitori nei collegi uninominali avranno molte più probabilità di risultare effettivamente eletti, ma decade qualunque effetto disproporzionale che potesse premiare i partiti maggiori.

3. Elezione dei vincitori nei collegi anche se la lista è sotto il 5%

Uno dei casi più clamorosi riguarda quello dei candidati di collegio appartenenti a liste che ottengono meno del 5% sul piano nazionale: se anche questi candidati arrivassero primi nel loro collegio, non risulterebbero eletti. E ciò a differenza che in Germania, dove invece chi vince nei collegi è certo di risultare eletto, anche se la sua lista non accede al riparto proporzionale. Non solo: in Germania se una lista vince in almeno 3 collegi uninominali accede alla ripartizione proporzionale anche se complessivamente ottiene meno del 5% dei voti. Una possibile soluzione “di compromesso” potrebbe essere quella di consentire ai vincitori nei collegi di risultare eletti anche se fanno parte di liste al di sotto del 5%, ma di non introdurre alcuna deroga alla regola del 5%, indipendentemente da quanti collegi si vincono.

UPDATE – La soluzione trovata oggi, tra le altre cose, sembra chiudere la porta alla possibilità che i candidati di liste minori risultino eletti, anche se dovessero vincere nel loro collegio. È praticamente l’unico caso rimasto tra le possibilità che un candidato di collegio arrivi prima senza risultare eletto.

4. No alle pluricandidature

La possibilità di candidarsi più volte (in un collegio uninominale e allo stesso tempo in più listini circoscrizionali, fino a tre) consegna ai partiti la possibilità di “piazzare” un cospicuo numero di candidati in posizioni tali da garantirne l’elezione praticamente al 100%. Questo è piuttosto difficile da far comprendere (e a ben ragione) agli elettori, che sono in ultima analisi i soli a poter stabilire col loro voto chi debba risultare eletto in Parlamento. Una possibile soluzione potrebbe essere quella di vietare quantomeno le pluricandidature nei listini bloccati, lasciando aperta la possibilità di candidarsi sia in un collegio uninominale sia in un listino circoscrizionale – magari a condizione che il collegio non faccia parte della stessa circoscrizione del listino.

UPDATE – Secondo le agenzie, tra le modifiche su cui si è trovato un accordo oggi c’è anche quella che prevede l’abolizione delle pluricandidature nelle liste circoscrizionali.

5. Voto disgiunto

Se il voto al candidato di collegio assume una “dignità” propria, tale per cui il candidato che arriva primo deve risultare comunque eletto, il voto alla lista circoscrizionale, valido per la ripartizione proporzionale, è a tutti gli effetti un secondo voto – esattamente come avviene in Germania (Zweitstimme). Ma se i due voti sono distinti, allora non si vede perché non debba essere possibile votare da un lato per il proprio candidato preferito al collegio uninominale e magari per un’altra lista per la parte proporzionale, rivedendo quindi il disegno stesso della scheda elettorale (che ad oggi prevede un unico spazio diviso in tre per: candidato di collegio, simbolo della lista, nomi del listino circoscrizionale). In Germania il voto disgiunto è possibile e viene regolarmente utilizzato, senza che abbia mai compromesso né l’impianto complessivo del sistema (le percentuali ai partiti nei due tipi di voto sono state sempre molto simili) né la discrezionalità dei partiti nell’individuare quali candidati “piazzare” in posizioni più o meno favorevoli per l’elezione.

UPDATE – L’accordo di oggi continua a escludere il voto disgiunto.

6. Liste aperte (o flessibili)

Un’altra delle criticità del “tedeschellum” è l’impossibilità di esprimere una preferenza per i candidati della parte proporzionale. Pur essendo le liste bloccate anche in Germania (dove però l’individuazione diretta degli eletti, tramite i collegi uninominali, riguarda comunque metà dei parlamentari), prevedere forme di scelta da parte degli elettori sarebbe senz’altro un segnale positivo. Attenzione: non è detto che debbano essere inserite tout court le preferenze, che come tutti gli strumenti non sono né un bene né un male in sé, ma si prestano ad utilizzi poco trasparenti – e soprattutto vengono utilizzate in modo fortemente asimmetrico nelle diverse zone del paese. Una possibile soluzione può essere quella della “lista flessibile“: il principio è quello di consentire agli elettori, se lo vogliono, di esprimere una, o anche due preferenze; ma a meno che i candidati non ottengano un certo numero di preferenze (pari, ad esempio, ad una frazione dei voti totali ottenuti dalla propria lista), si segue l’ordine di lista stabilito dal partito. In questo modo si premiano solo i candidati effettivamente rappresentativi, cioè in grado di raccogliere un certo numero di preferenze.

7. Sbarramento regionale al Senato

Per il Senato è prevista una ripartizione dei seggi a livello regionale (mentre alla Camera la ripartizione si effettua su 27 circoscrizioni, le stesse previste dal “Porcellum”). È corretto, dal momento che è la Costituzione stessa ad affermare che il Senato è eletto su base regionale. Ma allora anche la soglia di sbarramento, attualmente prevista come nazionale (e anche qui, come alla Camera, al 5%), dovrebbe essere applicata sul piano regionale. Si potrebbe obiettare che questa soluzione aprirebbe la strada alla frammentazione delle liste rappresentate in Parlamento, dal momento che è molto più facile superare la soglia concentrandosi su una singola Regione piuttosto che su tutto il territorio nazionale. Ma l’obiezione potrebbe essere superata aumentando la soglia di sbarramento al Senato, ad esempio portandola all’8% (sempre su base regionale) come del resto è previsto dalla normativa attuale per il Senato (che, ricordiamo, è il “Porcellum” così come modificato dalla sentenza della Corte Costituzionale del dicembre 2013).

8. Criteri più accessibili per la presentazione delle liste

Uno degli aspetti critici “nascosti” riguardava i criteri di presentazione delle liste: questi vincolavano chi volesse presentare una lista di candidati alle elezioni a raccogliere e depositare un alto numero di firme, ma da questo obbligo risultavano escluse le liste direttamente riferibili a gruppi parlamentari già esistente. Un meccanismo evidentemente ingiusto, tutto teso a “proteggere” i gruppi politici già esistenti da potenziali concorrenti scomodi, e denunciato dai Radicali praticamente in solitudine. Dei criteri stringenti per presentare delle candidature non sono di per sé un male (anzi, ciò scoraggerebbe la presentazione di liste palesemente “farlocche”), ma si dovrebbero quantomeno mettere sullo stesso piano tutte le liste, senza trattamenti di favore verso quelle già rappresentate nella legislatura uscente.

UPDATE – Anche sul numero di firme necessarie sembra che si sia giunti ad un nuovo tipo di soluzione, che rende i criteri complessivamente meno insormontabili.

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