La Costituzione ha dei problemi. Ecco perché va riformata [extended edition]

Il dibattito pubblico sul referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre presenta un’incredibile distorsione. Ogni volta che si discute nel merito – cioè dei contenuti della riforma, e non di tutto il “rumore” politico che la circonda – sembra che in questo referendum si debba operare una scelta di questo tipo: da un lato, la riforma Renzi-Boschi, con tutte le sue criticità; dall’altro, un’altra riforma “ideale”(ognuno ha la sua, così come ognuno ha una sua formazione della nazionale di calcio), perfetta e senza difetti, da fare ovviamente “tutti insieme” non appena si fosse provveduto a rottamare questa con la vittoria del No. Questa scelta, molto semplicemente, non esiste.

La vera scelta è invece tra la Costituzione attuale, tutt’ora vigente (e modificata sedici volte, l’ultima nel 2012) e una riforma che tenta di rispondere alle sue criticità. Se si elimina dal discorso quest’ultimo, fondamentale punto, e cioè che la Costituzione attuale presenta delle forti criticità, allora vale tutto, e si può perfino sostenere che la riforma sia il peggior prodotto di una mente diabolica (scritta sotto dettatura degli USA/della Merkel/di JP Morgan/della P2) oppure, nella migliore delle ipotesi, inutile, frettolosa, comunque scritta male: e quindi a che pro cambiare? Discutere di Sì o No è totalmente inutile se non si capisce perché sia stata proposta, e poi approvata, una riforma costituzionale così “corposa”.

Quali sono, dunque, queste criticità, questi problemi? Come è noto, la riforma Renzi-Boschi interviene essenzialmente su due grandi aspetti: il superamento del bicameralismo paritario e la ripartizione di competenze tra Stato e Regioni. Ma questi non sono gli unici due ambiti toccati. Se si vanno a guardare i singoli articoli della Costituzione modificati dalla riforma, è piuttosto facile individuare i (tanti) problemi a cui la riforma cerca di rimediare.

Facendo questa operazione, ho individuato ben 22 “problemi” (o più esattamente “questioni”) che la Costituzione attuale presenta, e che in molti casi si trascina sin dalla sua primissima versione. Vediamoli riassunti in tabella:

  PROBLEMA SOLUZIONE ARTICOLI MODIFICATI
1 Bicameralismo ridondante (doppio vincolo fiduciario, procedimenti legislativo paritario) Bicameralismo differenziato (legame fiduciario solo con la Camera dei Deputati, procedimento legislativo differenziato) 48, 55, 57, 60, 61, 62, 63, 67, 69, 70, 72, 77, 78, 79, 80, 81, 82, 85, 86, 87, 88, 94, 96, 121, 122, 135
2 No disposizioni a tutela di parità di genere Introduzione disposizioni sulla parità di genere in Costituzione 55, 122
3 No luogo istituzionale di raccordo tra Stato e territori (Regioni ed enti locali) Senato delle autonomie (74 consiglieri regionali, 21 sindaci) 55, 57, 63, 66, 67, 70, 82, 120, 122, 126
4 Senatori a vita Senatori presidenziali 59
5 No diritti minoranze parlamentari Statuto delle opposizioni 64
6 No obbligo partecipazione parlamentari Obbligo partecipazione a lavori delle Camere 64
7 No tempi certi discussione per le iniziative di legge popolare Tempi certi di discussione per le leggi di iniziativa popolare 71
8 No referendum propositivi/di indirizzo Introduzione referendum propositivi/di indirizzo 71
9 No tempi certi approvazione leggi Ddl “essenziali” per attuazione programma 72
10 Incongruenze delle leggi di conversione Nuova disciplina per le leggi di conversione 72, 74, 77
11 Rischio leggi elettorali incostituzionali Giudizio preventivo CC sulle leggi elettorali 73, 134, 39 l. cost.
12 Raggiungimento quorum referendum Nuova disciplina del quorum 74
13 Abuso della decretazione d’urgenza Criteri e limiti più stringenti per i DL 77
14 PdR eleggibile da maggioranza assoluta PdR eleggibile con i 3/5 83
15 No princìpi semplificazione/trasparenza PA in Costituzione Introduzione tali princìpi in Costituzione 97, 118
16 Esistenza del CNEL Abolizione del CNEL 99
17 Esistenza delle province Eliminazione delle province dalla Costituzione 114, 118, 119, 120, 132, 133
18 No incentivi buona condotta economica EE.LL. Incentivi a Regioni ed enti locali 116, 120
19 Competenza concorrente Abolizione della competenza concorrente 117
20 Rischio sclerotizzazione norme regionali “Clausola di supremazia” 117
21 Assenza principio costi standard Introduzione di criteri fissati dallo Stato 119
22 No limiti stipendi e rimborsi gruppi regionali Tetto agli stipendi, abolizione soldi ai gruppi 122, 40 l. cost.

Queste 22 questioni si possono ulteriormente raggruppare in 6 macro-aree di intervento: superamento del bicameralismo ridondante; promozione della parità di genere; rafforzamento dei contrappesi istituzionali; rafforzamento degli strumenti di democrazia diretta; razionalizzazione e maggiore efficienza delle istituzioni; ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni.

Ma vediamo nel dettaglio i singoli punti, cercando di capire perché si tratta di “problemi” e se la soluzione proposta dalla riforma è in effetti una risposta pertinente.

(se questo articolo vi sembra troppo lungo, vi consiglio la sua “versione breve)

1) L’Italia è uno dei pochissimi paesi al mondo in cui esiste il bicameralismo “perfetto” o “paritario” (qualcuno preferisce dire “ridondante”). Esistono, cioè, due Camere con poteri e funzioni identiche. I cittadini eleggono una Camera dei Deputati e un Senato: per formare un governo, è necessario avere la maggioranza sia nell’una che nell’altro. Ma se la fiducia viene a mancare in una sola delle due Camere, il governo deve andare a casa. Se si considera che Camera e Senato hanno un corpo elettorale diverso (perché fino a 25 anni non si può votare per il Senato) e sistemi elettorali diversi, ma soprattutto che i cittadini sono liberi di votare in un modo alla Camera e in un altro al Senato, si capisce perché in Italia esista il problema della stabilità dei governi. Dal 1948 al 1994 ci sono stati 50 governi (cinquanta!), nonostante un sistema politico “bloccato” in cui a governare c’erano sempre la DC e i suoi alleati; dal 1994 ad oggi (Seconda repubblica) i governi sono stati 13 in 22 anni, ma per ben 4 volte su 6 le elezioni politiche hanno avuto come esito una maggioranza di un tipo alla Camera e un’altra al Senato. In quasi tutte le altre democrazie occidentali questa cosa non esiste: esiste una sola camera eletta dai cittadini, oppure ce ne sono due, ma con poteri differenziati. La riforma elimina questo stato di cose, lasciando alla sola Camera dei Deputati il potere di dare (e di togliere) la fiducia al governo, e trasformando il Senato in una “camera delle autonomie” (come in Germania, Francia, Spagna)

2) In Costituzione non esistono norme che tutelino la parità di genere. Disposizioni che avevano questa finalità (ad es. nelle leggi elettorali di comuni e regioni) sono state in passato impugnate di fronte alla Corte costituzionale per violazione dell’articolo 3 (eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, senza distinzioni basate, tra le altre cose, sul sesso). Si tratta di una sensibilità emersa negli ultimi decenni a fronte di una sistematica sotto-rappresentazione delle donne nei luoghi di rappresentanza politica (nazionali e locali), e che viene affrontata nel nuovo art. 55 al secondo comma per quanto riguarda il parlamento nazionale (“Le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza”) e nel nuovo art. 122, primo comma per quanto riguarda i consigli regionali (“[…] La legge della Repubblica stabilisce altresì i princìpi fondamentali per promuovere l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza”).

3) Il terzo “problema” riguarda un aspetto che tiene insieme il superamento del bicameralismo e il nuovo assetto tra Stato e Regioni: ossia la trasformazione del Senato in Camera delle autonomie territoriali, e non più quindi mero “doppione” della Camera dei Deputati. I modi con cui questa trasformazione è stata messa in atto sono certamente opinabili, ma non si può ignorare che rispetto a una materia così delicata come il coordinamento tra stato centrale e governi locali (Regioni e Comuni) si sia fatto un netto passo avanti rispetto all’attuale sistema delle conferenze, in vigore da circa un ventennio e che non ha mai consentito agli enti territoriali di incidere in modo efficace sulla produzione legislativa (poiché qualunque decisione presa in sede di conferenza non è vincolante per lo Stato). L’introduzione in Costituzione di un luogo istituzionale ad hoc, secondo i promotori, va nella direzione di una maggiore rappresentanza e influenza dei poteri territoriali, in attuazione dell’art. 5 Cost. secondo cui la Repubblica “riconosce e promuove” (cit.) le autonomie locali.

4) Sul problema n° 4 (senatori a vita) c’è poco da dire. Si tratta di un istituto che riecheggiava in qualche modo il Senato regio previsto dallo Statuto albertino (1848-1947), i cui componenti erano nominati a vita dal Re. Va detto che finora tale nomina è stata ricevuta quasi sempre da persone degnissime di riceverla. Ma in passato è capitato che il loro voto risultasse decisivo per l’approvazione di alcune leggi, o persino per tenere in vita dei governi: ciò ha suscitato molte polemiche e ha fatto riflettere su un adeguamento ai tempi di questo istituto, che in realtà la riforma non elimina: i senatori nominati dal Capo dello Stato non manterranno più la carica a vita, bensì solo per i 7 anni del mandato presidenziale. Va detto che questa modifica è ulteriormente “annacquata” dal fatto che gli ex Presidenti della Repubblica, nonché gli attuali senatori a vita, manterranno la carica “intatta” – a meno, ovviamente, di loro dimissioni.

5) con il passaggio dalla Prima alla Seconda repubblica, in Italia si è passati da un sistema politico consociativo ad uno di tipo maggioritario: è venuta quindi a crearsi la necessità di tutelare l’opposizione parlamentare in un sistema in cui i procedimenti parlamentari perlopiù rispondono alla regola di maggioranza. Nei regolamenti parlamentari sono già stati inseriti, nel tempo, degli strumenti a tutela dell’opposizione (ad esempio riservando una quota minima dei lavori alla minoranza), ma la riforma costituzionale prevede espressamente all’art. 64 che le Camere garantiscano i diritti delle minoranze, e che la Camera dei Deputati adotti uno “statuto delle opposizioni”, sul modello di quanto avviene in altri Paesi.

6) Il problema n° 6 trova la sua radice nelle polemiche che periodicamente si scatenano sull’effettivà produttività dei parlamentari (e quindi sul loro “diritto morale” a guadagnarsi il loro lauto stipendio). È chiaro che non esiste un indicatore unico ed infallibile per determinare la produttività di un parlamentare, ma la riforma introduce all’art. 64 un sesto comma che prescrive quantomeno l’obbligo per i parlamentari di partecipare “alle sedute dell’Assemblea e ai lavori delle Commissioni”.

7 e 8) Molto significative sono le modifiche introdotte all’art. 71, che toccano i problemi 7 e 8 che abbiamo individuato: l’attuale Costituzione prevede che 50.000 cittadini possano presentare alle Camere un progetto di legge, ma nulla dice sui tempi e i modi con cui il Parlamento può prenderlo in esame. La riforma introduce la garanzia che il Parlamento esamini e deliberi su dette proposte. Ad attenuare però il potenziale “rivoluzionario” di questa modifica (dato che al giorno d’oggi è molto più semplice raccogliere 50.000 firme rispetto al 1948, il Parlamento potrebbe ritrovarsi obbligato ad esaminare anche proposte di legge popolari con grande frequenza) le firme necessarie vengono innalzate a 150.000. Allo stesso articolo, al comma 4, la riforma introduce nell’ordinamento italiano i referendum propositivi e di indirizzo, rinviando a una legge costituzionale per ciò che riguarda le linee generali e alla legge ordinaria per le modalità di attuazione. Non un’introduzione hic et nunc di questo nuovo tipo di referendum, ma comunque un deciso passo in avanti verso la nascita di un nuovo istituto di democrazia diretta.

9) Il nono problema nasce dalle stesse premesse del 5), ossia dal fatto che, venuta a mancare la prassi consociativa tipica della Prima repubblica, lo schema dei lavori parlamentari ha dovuto fare i conti con una logica di tipo maggioritario: che garantisse, quindi, uno spazio incomprimibile alle opposizioni, ma anche che mettesse la maggioranza in condizione di portare avanti il programma di governo senza ricorrere a forzature, da un lato, e senza farsi paralizzare da manovre ostruzionistiche ad oltranza, dall’altro. Ecco quindi che la riforma introduce all’art. 72 un nuovo comma (il settimo) in cui prevede la possibilità che il governo chieda alla Camera di esaminare un suo disegno di legge e di farlo arrivare alla votazione finale entro settanta giorni. Il voto a data certa di questi provvedimenti (da cui la riforma esclude materie sensibili: le leggi in materia elettorale, di bilancio, amnistia e indulto nonché le ratifiche di trattati internazionali) serve anche a responsabilizzare le opposizioni, che invece di disperdere tempo ed energie presentando centinaia – se non migliaia – di emendamenti ostruzionistici, dovranno concentrarsi su quelli potenzialmente in grado di essere presi in considerazione ed eventualmente approvati dalla maggioranza.

10) I nuovi artt. 72, 74 e 77 tentano di dare una risposta al problema n° 10, razionalizzando le procedure per la conversione di decreti legge: intanto, stabilisce che le leggi di conversione dovranno seguire la procedura “normale”, e cioè dovranno essere esaminati prima in Commissione e poi in Aula e votati articolo per articolo e poi con votazione finale; e poi, prolunga i tempi entro i quali i decreti devono essere convertiti nel caso in cui il Presidente della Repubblica rinvii la legge di conversione alla Camera per una nuova deliberazione; questo “libera” il Capo dello Stato dalla responsabilità di far decadere gli effetti di un decreto qualora ritenga che la legge di conversione vada rinviata: in un certo senso potrà operare questa scelta senza sentirsi co-responsabile degli effetti della decadenza del decreto. Infine, le leggi di conversione non potranno contenere “disposizioni estranee all’oggetto e alla finalità del decreto” (comma 7 del nuovo art. 77), evitando così che in futuro le leggi (o meglio, i maxi-emendamenti) di conversione possano includere di tutto di più come già avvenuto spesso in passato.

11) Le disposizioni che affrontano l’undicesimo problema sono ispirate a un caso molto recente: la sentenza (1/2014) con cui la Corte costituzionale ha sancito l’incostituzionalità di molte parti della legge elettorale tristemente nota come “Porcellum” (270/2005), generando così una situazione paradossale per cui un Parlamento si è trovato ad operare con un grave deficit di legittimità “politica” (quella giuridico-formale era comunque garantita dalla stessa sentenza). Gli artt. 73 e 134 riformati prevedono che una minoranza parlamentare (un quarto dei deputati oppure un terzo dei senatori) possa chiedere un giudizio preventivo di costituzionalità prima che una nuova legge elettorale entri in vigore. L’art. 39 della legge di riforma, inoltre, “estende” questa possibilità anche alla nuova legge elettorale approvata nel 2015 per la Camera dei Deputati (cd “Italicum”). In questo modo, fornisce una garanzia ulteriore che paradossalmente dovrebbero accogliere con favore proprio quelli che contestano la legittimità dell’Italicum: se la riforma dovesse essere bocciata, infatti, la Corte potrà pronunciarsi solo su quei punti specifici contestati nei ricorsi che sono già stati presentati da alcuni cittadini: se invece la riforma sarà approvata, il giudizio della Corte riguarderà tutte le parti della nuova legge elettorale.

12) Anche il referendum abrogativo viene riformato: a fronte dei tanti – troppi – referendum falliti per mancato raggiungimento del quorum (il 50% più uno degli aventi diritto al voto), la riforma introduce la possibilità che, se le firme raccolte dai promotori del referendum saranno almeno 800.000, il quorum si abbassi alla metà più uno degli elettori “attivi”, cioè coloro che si sono recati alle urne alle precedenti elezioni politiche; ad esempio, visto che l’ultima volta i votanti sono stati il 75,2% degli aventi diritto, il quorum per il referendum sarebbe stato pari al 37,6% circa. La cifra di 800.000 firme può sembrare alta, ma è stata in effetti raggiunta più volte in tempi recenti: oltre un milione nel 1993 e nel 2011 (per introdurre/reintrodurre il sistema elettorale maggioritario) ben 1 milione e 400mila nel 2010 (contro il decreto Ronchi sull’acqua pubblica), ma anche 820.000 nel 2007 per una modifica del Porcellum. La ratio della riforma è chiara: se un numero consistente di cittadini, ben superiore al minimo previsto di 500.000, richiede un referendum, è giusto che il fronte del No non possa invitare all’astensione e contare sull’astensionismo “fisiologico” per far fallire la consultazione, come accaduto molte volte negli ultimi vent’anni.

13) Il nuovo art. 77 si occupa di razionalizzare l’utilizzo dei decreti legge da parte del governo, introducendo limiti che ne prevengano l’abuso, una brutta prassi da molti anni: gran parte ormai della produzione legislativa è costituita da decreti del governo poi convertiti in legge, magari con voto di fiducia. Il nuovo comma 5 prevede che i contenuti siano “di immediata applicazione e di contenuto specifico, omogeneo e corrispondente al titolo”. Inoltre se ne vieta l’utilizzo per disciplinare la materia elettorale, per reiterare decreti già decaduti (accogliendo una sentenza del 1995 della Corte) e per ripristinare norme già dichiarate incostituzionali.

14) Il problema n° 14 riguarda un punto di cui si è parlato spesso – perlopiù a sproposito – nel corso di questa campagna referendaria: attualmente il Presidente della Repubblica è eleggibile con la maggioranza assoluta dal quarto scrutinio in poi (per i primi tre occorrono i due terzi). È successo ad esempio nel 2006: Giorgio Napolitano fu eletto dalla maggioranza che aveva appena vinto (di pochissimi voti, peraltro) le elezioni politiche. Se il mandato presidenziale fosse venuto a scadenza in un momento in cui il centrodestra aveva la maggioranza in Parlamento, molto probabilmente avremmo avuto Gianni Letta (o lo stesso Silvio Berlusconi) come Capo dello Stato. La nuova disciplina lascia invariata maggioranza dei due terzi per i primi tre scrutini, ma dal quarto in poi innalza il quorum ai tre quinti (il 60%). La modifica è resa necessaria dal fatto che se un partito (o coalizione) avesse una maggioranza alla Camera dei Deputati pari al 55% (cioè 340 su 630), per ottenere i 438 voti necessari ad eleggersi il Presidente della Repubblica dovrebbe contare sul voto favorevole di 98 senatori su 100. Uno scenario piuttosto inverosimile, visti anche i precedenti storici che parlano di maggioranze sgretolatesi sotto i colpi dei “franchi tiratori” nel segreto dell’urna. Di fatto, la riforma “consegna” all’opposizione – o quantomeno a una parte di essa – il potere di veto sulla scelta del Capo dello Stato; né sembra sufficiente ad attenuare questo potere di veto la disposizione per cui dal settimo scrutinio in poi i tre quinti si calcolano sui votanti e non sugli aventi diritto: in questo caso, infatti, se l’opposizione decide di continuare a partecipare compatta alle votazioni, la maggioranza continuerà ad essere “impotente”; quest’ultima disposizione in verità dà alle opposizioni una facoltà in più, ossia quella di “facilitare” l’elezione di un Capo dello Stato senza votarlo direttamente, ma astenendosi dal voto facendo così abbassare il quorum. Ma anche in questo caso, si tratterebbe di una scelta autonoma delle opposizioni, senza alcuna possibilità di “colpi di mano” da parte della maggioranza. Uno scenario assolutamente agli antipodi rispetto ai timori di chi paventa che il “combinato disposto” di riforma costituzionale e legge elettorale maggioritaria possa consentire ad una maggioranza politica di scegliersi figure di garanzia, come appunto il Capo dello Stato.

15) Il problema n°15 è invece di minor entità rispetto ad altri appena visti, ma comunque di un certo rilievo: l’assenza dei princìpi di “trasparenza” e “semplificazione” della P.A. in Costituzione. La riforma interviene inserendo tali princìpi agli artt. 97 e 118. Fino ad oggi il principio della trasparenza era stato solo “ricavato” dalla giurisprudenza costituzionale basandosi sull’incrocio dei due princìpi preesistenti (imparzialità e buon andamento) che riguardavano la P.A.

16) Sull’esistenza del CNEL c’è assai poco da dire. Viene abolito un ente inizialmente previsto dai costituenti come “contentino” a quelle parti politiche (segnatamente la Democrazia Cristiana) che avrebbero voluto fare del Senato una seconda camera costituita di esponenti del mondo dell’economia, della cultura e delle professioni. Il CNEL avrebbe potuto fare proposte di legge, ma a distanza di quasi 70 anni si può tranquillamente affermare che il suo contributo sia stato pressoché nullo, per cui non vi è ragione di mantenerlo in vita.

17) Più delicata è la questione relativa ad un altro ente “inutile” (le virgolette sono d’obbligo), ossia le Province. Previste in Costituzione fin dal 1948, in teoria aventi pari rango rispetto agli altri livello di governo della Repubblica (Stato, Regioni e Comuni), sono politicamente divenute via via sempre più impopolari, al punto che da qualche anno (prima con legge del governo Monti, poi con la legge Delrio del 2014) sono state “svuotate” di competenze e i loro consigli resi non più direttamente eleggibili dai cittadini ma attraverso elezioni di secondo grado i cui elettori sono i consiglieri comunali del territorio di riferimento. Il problema della legge Delrio (e di quella precedente) è la loro probabile (ma non ancora sancita da una sentenza) incostituzionalità: l’Italia è infatti tra i Paesi firmatati di una convenzione (un trattato internazionale) sulle autonomie che stabilisce che ciascun organo di governo locale debba essere eletto direttamente dai cittadini. Se sull’effettiva utilità dell’ente provincia al giorno d’oggi si possono avere molti dubbi, è un fatto che la riforma, eliminando qualunque riferimento alle province dalla Costituzione, “sanerebbe” questa potenziale incostituzionalità della legge che ad oggi ne disciplina il funzionamento.

18) Questo problema è piuttosto ampio, e in qualche modo “delicato”. Spieghiamo: con la riforma dell’art. 81, nel 2012, il Parlamento introdusse in Costituzione il principio di “equilibrio di bilancio”, anche in ottemperanza al trattato europeo noto come “Fiscal Compact” che prevedeva l’introduzione di tale principio nelle Carte fondamentali degli stati aderenti. Ora, l’art. 81 fa riferimento al solo bilancio statale, ma mancano meccanismi che incentivino anche le Regioni e gli enti locali ad una gestione virtuosa dei loro bilanci. La riforma modifica due articoli (116 e 120) introducendo un meccanismo “doppio”, che potremmo definire “del bastone e della carota”: da un lato rinvia espressamente ad una legge dello Stato che “stabilisce i casi di esclusione dei titolari di organi di governo regionali e locali dall’esercizio delle rispettive funzioni quando è stato accertato lo stato di grave dissesto finanziario dell’ente”, dall’altro consente alle regioni “virtuose” di poter estendere la loro potestà legislativa.

19) Il problema della potestà legislativa è appunto al centro della corposa modifica dell’art. 117, che disciplina la ripartizione di competenze tra Stato e Regioni. La novità più importante è la sparizione della competenza concorrente, introdotta dalla riforma del 2001 e che elencava alcune materie in cui si lasciava allo Stato la determinazione di princìpi generali e alle Regioni la legislazione di dettaglio. La modifica si è tradotta in pratica nella creazione di una serie di zone grigie che hanno causato l’aumento verticale dei ricorsi presso la Corte costituzionale per conflitto di attribuzione. La riforma fissa un nuovo schema ripartendo le competenze o interamente allo Stato o interamente alle Regioni, e riportando alcune materie allo Stato (una su tutte, quella relativa a “produzione, distribuzione e trasporto di energia”).

20) Il nuovo art. 117 risponde anche ad un altro problema, quello della possibile “sclerotizzazione” delle norme regionali in diverse materie, e lo fa introducendo la cosiddetta “clausola di supremazia”, ossia un comma specifico che recita: “Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”.

21) Arriviamo al penultimo “problema”, che si inserisce nel “filone” degli incentivi alla gestione virtuosa del bilancio pubblico ed è strettamente connesso al problema visto al punto 18); fino ad oggi la Costituzione non includeva riferimenti al meccanismo dei costi standard come criterio per evitare disparità eccessive tra le spese sostenute dalla P.A. nei diversi livelli territoriali: la riforma le introduce nel nuovo art. 119 che rinvia ad una legge dello stato che stabilisca “indicatori di riferimento di costo e di fabbisogno che promuovono condizioni di efficienza”.

22) L’ultimo problema è quello legato ai costi della classe politica locale, in particolare i gruppi consiliari e i consiglieri regionali: il nuovo art. 122 fissa il limite per gli stipendi dei consiglieri regionali (ad oggi spesso superiori ai 10.000 euro mensili) equiparandoli allo stipendio del sindaco del capoluogo, di norma molto inferiore; l’art. 40 della legge costituzionale di riforma stabilisce inoltre l’abrogazione dei rimborsi in favore dei gruppi consiliari regionali – che spesso si fanno e disfanno proprio per poter accedere a tali rimborsi.

Conclusione: perché votare Sì?

Per farla molto breve: perché questa riforma può certamente avere dei difetti. Ma affronta una grande serie di questioni irrisolte, proponendo soluzioni specifiche. Queste soluzioni si possono giudicare come si vuole: insufficienti, o eccessive; si può persino essere in disaccordo sul fatto che alcune questioni non siano in realtà problematiche, e lasciarle così come sono. Ma allora dovremmo assistere ad un dibattito in cui chi vota No alla riforma sostiene che il bicameralismo va benissimo così; che non c’è alcun bisogno di introdurre nuove tutele per le minoranze o contrappesi istituzionali; che non bisogna ridefinire i confini entro cui legiferano Stato e Regioni, o entro i quali il governo può legiferare per decreto; che tutto sommato la norma sul quorum ai referendum va bene così com’è, e pazienza se ne falliscono troppi, e se le leggi popolari vengono costantemente ignorate. Si possono liberamente sostenere tutte queste cose, e invece si sentono vere e proprie “bufale”, che paradossalmente spetta ai sostenitori del Sì smentire affermando la verità dei fatti: che no, la riforma NON riduce gli spazi di democrazia diretta, NON consente a un governo di eleggersi da solo il Presidente della Repubblica, eccetera eccetera.

Qualcuno dice che i difetti maggiori della riforma sono quelle disposizioni che causeranno malfunzionamenti e porterebbero a paralisi e incongruenze. Io penso che se si fosse ragionato così nel 1948 tanto valeva tenersi il vecchio Statuto albertino. Perché i costituenti certo non potevano prevedere tante cose. Per dirne una, non potevano prevedere che i blandi requisiti di “necessità e urgenza” che avevano ideato per i decreti legge venissero così facilmente aggirati e che in Italia si finisse a legiferare quasi solo attraverso decreti del governo. Se devo immaginare uno scenario paralizzato, mi viene molto più facile immaginarlo a Costituzione vigente. E se in futuro la nuova Costituzione dovesse presentare difetti di “funzionamento”, si potrà sempre riformarla di nuovo, senza dimenticare il ruolo fondamentale della giurisprudenza: la Corte costituzionale esiste anche e soprattutto per questo, per garantire il rispetto della Carta e far sì che venga applicata senza fare troppi “danni”.


 

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