I filo-europei sono più forti di quanto dicono i giornali

(Articolo per Il Fatto Quotidiano)

Tra poco più di una settimana, gli elettori del Regno Unito si recheranno alle urne per il referendum sul “Brexit”, l’uscita del Paese dall’Unione Europea.

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Quello del prossimo 23 giugno è un appuntamento storico per molti motivi: prefigura la possibilità che un Paese possa fuoriuscire dall’UE e poi perché le conseguenze di un eventuale “Brexit” sull’economia britannica costituiscono un’incognita sulla quale molte istituzioni hanno lanciato l’allarme. Si temono ripercussioni gravi su un sistema economico tra i più aperti e interconnessi del mondo: il “Brexit” comporterebbe maggiori controlli sui flussi di persone (e quindi lavoratori), capitali e merci – anche se su quest’ultimo punto è probabile che si intervenga con un accordo ad hoc con l’Ue per salvaguardare le tante imprese che prosperano grazie a un’economia aperta.

Già nella (vittoriosa) campagne elettorale del 2015, il premier conservatore David Cameron si era impegnato a dare la parola ai suoi cittadini sulla permanenza nell’Ue, cercando di sfruttare e allo stesso tempo di contenere il forte euroscetticismo degli inglesi. Cameron ha poi rinegoziato i termini dei rapporti tra il suo Paese e l’Europa, raggiungendo a febbraio un accordo che dà al Regno Unito uno status di membro “speciale”: formalmente è proprio su questo accordo che si terrà il referendum, con la formula “prendere o lasciare”. Cameron difende il suo operato e si è schierato per il “Remain” (restare nell’Ue alle nuove condizioni), ma il suo partito, e il suo stesso governo, sono spaccati: una buona parte, che fa capo all’ex sindaco di Londra Boris Johnson, è a favore del “Leave” (lasciare l’Ue). A questo fronte pro-Brexit su aggiunge lo Ukip dell’euroscettico Nigel Farage. Sono invece per la permanenza nell’Ue gli altri principali partiti: laburisti, liberal-democratici e nazionalisti scozzesi.

Nei giorni scorsi si sono levate voci “allarmate” per via dei sondaggi che darebbero il fronte del “Leave” in netto vantaggio. I mercati finanziari hanno subìto i contraccolpi di queste voci. In realtà, il “Remain” è in vantaggio nella maggioranza dei sondaggi: le incertezze derivano dall’entità (ridotta) di questo scarto e dall’alto numero di indecisi, superiore al 10% degli intervistati. Il “Leave” è dato in testa in alcuni sondaggi, ma questo accade spesso quando si tratta di un referendum in cui le due opzioni sono molto vicine. Secondo il Financial Times (che pubblica una sua “supermedia” aggiornata di tutti i sondaggi realizzati sul “Brexit”) queste differenze possono essere dovute alla diversa metodologia con cui vengono effettuati i sondaggi: nelle interviste telefoniche, di fronte a una scelta più “netta”, gli intervistati tendono maggiormente – rispetto ai più “confortevoli” questionari online – a scegliere lo status quo.

Un precedente significativo è il referendum sull’indipendenza della Scozia tenutosi meno di due anni fa. Anche in quel caso i sondaggi registravano una distanza molto ridotta tra “yes” e “no”, e anche in quel caso i sondaggi che davano in vantaggio i “sì” all’indipendenza facevano molto più “rumore” della maggioranza che prevedeva una vittoria del “no”. Gli scozzesi votarono in maggioranza “no” con oltre dieci punti di margine sui “sì” (55,3% a 44,7%).

Alcuni sondaggi hanno indagato i profili degli elettori. Come riportato da Roberta Damiani su YouTrend, secondo un’inchiesta di Survation gli inglesi (l’84% della popolazione chiamata ad esprimersi) sono i più euroscettici tra le diverse nazioni del Regno Unito, mentre in Galles, Scozia e soprattutto Nord Irlanda prevalgono nettamente i favorevoli a restare nella Ue. Da un sondaggio di YouGov è emerso un triplice gap: generazionale, di istruzione e di interesse verso la politica. Gli euroscettici prevalgono tra i più anziani, i  meno interessati alla politica e quelli con un livello di istruzione più basso, mentre sono per il “Remain” gli elettori più giovani, quelli con un più alto livello di istruzione e quelli con un più alto interesse verso la politica. Proprio per questo la partecipazione al voto dei più giovani rappresenta un’incognita potenzialmente decisiva: un’alta affluenza di questo segmento di elettori potrebbe far pendere definitivamente la bilancia a favore della permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea.

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