Sentirsi Verstappen (ma solo un po’)

Va bene, con la vittoria del diciottenne Verstappen al Gran Premio di Spagna di domenica scorsa abbiamo assistito alla storia. Non starò a menarla più del necessario perché già ci hanno pensato i media (anche quelli mainstream che di solito non si occupano di Formula 1 ma che un servizio sull’ultima notizia di calciomercato ce l’hanno sempre).

Però, però. Almeno un paio di considerazioni al volo su questa “impresa storica” vanno fatte, se non altro per dare il giusto peso ad un avvenimento che – potete scommetterci – le cronache sportive provvederanno a ricordarci tante volte.

Prima considerazione: il ragazzo ha avuto molta, molta fortuna. Tanto per cominciare, se le due Mercedes non si fossero auto-eliminate alla quarta curva, sarebbe arrivato nel migliore dei casi al terzo posto; comunque un ottimo risultato, ma ben altra cosa dalla vittoria. In secondo luogo, è stato aiutato dalle circostanze: la strategia che la Red Bull ha deciso per Ricciardo è stata inspiegabile e praticamente suicida: peraltro, ha “indotto” Vettel, che in quel momento era davanti a Verstappen e Raikkonen, a marcare Ricciardo, invece di attenersi ad una strategia più vantaggiosa (che era quella di allungare il secondo stint per poter fare solo due soste, esattamente ciò che hanno fatto Verstappen e Raikkonen).

La seconda considerazione va a bilanciare (anche se non del tutto) la prima: va comunque sottolineato che Verstappen se l’è cavata benissimo in partenza, superando all’esterno Vettel alla terza curva (la stessa manovra che fece nel 2013 un Alonso indemoniato, allora su Ferrari, ai danni della Mercedes di Hamilton); inoltre, è rimasto incollato a Ricciardo per metà gara, contenendo il distacco tra 1 e 2 secondi, il che rende evidente che a parità di strategia aveva quantomeno lo stesso passo del compagno di squadra, e forse anche qualcosina in più. È lecito pensare che in Red Bull non avrebbero adottato la strategia suicida di cui sopra, se Ricciardo (ottimo pilota, ben più esperto di Verstappen) avesse tenuto un passo migliore nel secondo stint. Infine, Verstappen non ha sbagliato nulla in tutta la gara: soprattutto negli ultimi giri, quando alle sue spalle aveva un Raikkonen con gomme un po’ più fresche, su una macchina più veloce, e con un’esperienza immensamente maggiore. Non un errore, una sbavatura anche minima che potesse dare al finlandese l’opportunità di passarlo. Da oggi il soprannome di Kimi, Iceman, va quantomeno condiviso con il ragazzino che lo ha preceduto domenica.

MOTOR-F1-SPAIN/

Iceboy precede Iceman negli ultimi giri del GP di domenica scorsa

Insomma, mai come stavolta è il caso di dire fortuna audaces iuvat.

(Direte: si ok, ma che c’entra il titolo? Adesso ci arrivo)

Quello che fa impressione è il margine di miglioramento che questo ragazzo ha ancora davanti a sé. Sembra strano, ma arrivare a vincere un Gran Premio di Formula 1 non vuol dire affatto essere arrivati al “top” della propria condizione. Non voglio citare gli illustri esempi relativi alle “prime volte” di grandi campioni (Dio solo sa quanto migliorò Michael Schumacher dopo quella prima, incredibile vittoria sulla Benetton a Spa-Francorchamps nel 1992; o quanto è migliorato Vettel dopo aver vinto a Monza al volante di una Toro Rosso). Se questo fosse un articolo di giornale, lo farei. Ma è il mio blog personale, e voglio raccontare un episodio autobiografico.

Sei anni fa (era il 2010) mi imbattei, quasi per caso, in alcune persone che stavano organizzando una gara di go kart sulla famosa pista di Sarno. Si trattava di una gara di tipo endurance, a squadre: avrei dovuto correre insieme ad altri due piloti, con cui darmi il cambio durante le due frazioni di gara (della durata di mezz’ora ciascuna). Era la prima volta che mi confrontavo con altri piloti amatoriali che quando andavano sui kart facevano sul serio. Credevo di essere alla loro altezza, di potermela giocare: in fondo, tutte le volte che avevo sfidato i miei amici, ero sempre stato il più veloce (nessuno di quegli amici, per la cronaca, passava il mio stesso numero di ore con i videogiochi di racing o a guardare la Formula 1 in tv…).

La mia prestazione fu disastrosa. I kart che ci capitarono in sorte erano piuttosto buoni, tant’è vero che i miei due compagni di squadra (i fratelli Aquilante, Andrea e Salvatore: piloti eccezionali) furono gli autori dei due giri più veloci. Il mio turno era il terzo in entrambe le manche: nella prima, entrai “ereditando” la seconda posizione, ma chiusi al quarto posto. La seconda manche andò anche peggio: all’inizio del mio turno mi ritrovavo in testa, ma finii ancora una volta quarto. Il mio giro più veloce era quattro secondi (!!!) più lento di quello dei miei due compagni. La classifica finale, ottenuta sommando i tempi, ci accreditò del terzo posto, su sei squadre partecipanti. Ma io sapevo che se al posto mio ci fosse stato un altro, più bravo ed esperto di me, probabilmente avrebbe vinto.

Mi resi conto che per correre sui kart, correre sul serio, non bastava cercare di pennellare la traiettoria perfetta (da sempre il mio “pallino”). Dovevo spingere forte, anche in curva, frenare il meno possibile, portare il kart al limite dell’uscita di pista. Così facevano gli altri, così avrei dovuto fare anch’io.

Qualche settimana dopo, si tiene una seconda gara. Non più a Sarno, tutta curvoni veloci, ma a Casaluce: una sequenza continua di rettilinei e di tornanti stretti. Accelera, frena, accelera, frena. Qui le cose per me vanno decisamente meglio.

Mi viene sorteggiato il kart numero 6, e quindi la sesta posizione sulla griglia di partenza nella prima manche. Alle prime tre curve (un tornante a sinistra, un altro a destra, un altro ancora a sinistra) mi tengo lontano dalla bagarre. Dopo la curva 3, una piega a destra di 90°, davanti a me si para una scena che non ho più dimenticato: i quattro piloti che mi precedono sono tutti appaiati, uno di fianco all’altro, su quel breve rettilineo che ci porta alla curva 5 (un altro tornante a destra). “Ora fanno il botto”, penso. E succede esattamente questo: dopo quella curva, non so come, mi ritrovo in seconda posizione, e mi ritrovo ad inseguire un pilota (uno dei due fratelli Aquilante, Salvatore) che è non solo più bravo di me, ma anche più leggero di una ventina di chili. La buona notizia è che il kart che mi è capitato, il numero 6, va molto più forte del suo in rettilineo: cosa che mi consente di non perdere terreno e di studiare dal pilota che mi precede (dove frenare, quando riaprire il gas), e dopo qualche giro riesco a superarlo. E vinco.

A fine gara ero così felice che appena uscito dal kart corsi ad abbracciare il mio avversario. Sul momento non sapevo perché lo stavo facendo: per ringraziarlo di una bellissima e corretta battaglia che alla fine mi aveva visto vincitore, senza dubbio. Dentro di me sentivo che era giusto fare così, e mi venne spontaneo. Oggi, col senno di poi, capisco di dovergli essere riconoscente anche perché in quei pochi giri in cui lo seguivo, studiando il modo di non perdere terreno (c’era una vittoria a portata di mano!), imparai moltissimo su come si pilota un kart. Era solo la mia seconda gara.

E qui arriviamo al perché del titolo. Sicuramente Verstappen, nonostante i suoi 18 anni, ha un’esperienza nelle corse enormemente superiore alla mia. Eppure anch’io, come lui, ho vinto la mia prima gara “seria” approfittando di una combinazione di eventi favorevoli: i piloti davanti che si autoeliminano al primo giro (come le Mercedes, domenica scorsa); un mezzo meccanico molto competitivo; un avversario diretto impossibilitato a contendere la vittoria (non avendo abbastanza motore per tenermi dietro, nel mio caso; o non avendo abbastanza trazione per superare, come Raikkonen nel caso di Verstappen).

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“Di qui non si passa!”

Quella mia vittoria fu la prima di una lunga e fortunata serie di successi? Purtroppo no. Ho continuato a correre sui kart, partecipando a tutte le gare di quello che nel frattempo è diventato un vero e proprio torneo regionale riservato a piloti amatoriali su kart da noleggio, fino al 2015. In sei edizioni ho accumulato otto vittorie (su cinquantotto gare), ma non ho mai vinto il torneo. Mi sono classificato terzo nel 2014 e secondo nel 2015. Forse, più che il talento, ho vista premiata la costanza nelle partecipazioni e lo stare lontano da situazioni “difficili” (incidenti, penalità). Qualche volta ho anche avuto un pizzico di fortuna. In ogni caso – e arrivo finalmente al punto – credo di essere migliorato parecchio rispetto a quella prima vittoria a Casaluce. E non credo affatto di avere un talento particolare per questo sport, né di essermi allenato in modo particolare negli anni: due cose che mi distinguono nettamente da Verstappen, che ha un talento mostruoso e che passerà i prossimi anni ad allenarsi e a migliorare ancora.

Ecco, se posso tirare fuori qualcosa dalla mia piccola, insignificante esperienza personale, scelgo di fare un pronostico su ciò che il futuro riserva a Verstappen: il ragazzo ha dei margini di crescita spaventosi, e quella di domenica scorsa non resterà di certo la sua unica vittoria. Bisogna vedere se la fortuna lo aiuterà (e in quel caso lo vedremo forse frantumare record che ritenevamo intoccabili) o se si ritroverà davanti ad ostacoli imprevisti.

In ogni caso, chapeau, piccolo Max.

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