Allarme quorum: solo 1 italiano su 3 pensa di votare

(articolo per Il Fatto Quotidiano – scritto con Andrea Piazza)

Il tema del conflitto d’interessi e dello scontro esecutivo-magistratura è una costante nella politica italiana: con il caso Guidi si sono aggiunte le preoccupazioni per possibili danni ambientali collegate all’estrazione del petrolio. Le prese di posizione di Matteo Renzi sull’inchiesta hanno contribuito a riscaldare il dibattito, alla vigilia del delicato referendum sulle trivelle.

Va detto subito che gli italiani non hanno apprezzato i fatti emersi dall’inchiesta di Potenza. E a farne le spese è innanzitutto il governo Renzi: secondo Ipsos, il 39% degli elettori è convinto che lo scandalo abbia “molto” intaccato la credibilità del governo, a cui si aggiunge un 41% che pensa che ciò sia avvenuto almeno “in parte”: in totale, circa 8 italiani su 10 ritengono che la vicenda abbia intaccato la credibilità dell’esecutivo. Al tempo stesso, però, il 58% si dichiara d’accordo con le azioni del governo, rivendicate da Renzi nel suo contro-attacco, volte a sbloccare alcune grandi opere ferme da anni. Come a dire: vi sono dei rischi nell’azione dei ministri, ma nel complesso l’approccio del governo convince gli elettori. Anche i dati Demos usciti domenica scorsa descrivono un sentimento analogo: per il 45% il governo deve dimettersi a causa dei propri conflitti d’interesse, ma il 41% ritiene che malgrado la loro presenza Renzi debba andare avanti. In ogni caso, il Pd non è considerato il partito più credibile nella lotta alla corruzione: lo pensa solo il 9% (in calo dall’11% di giugno), mentre i M5S sono i paladini dell’anti-corruzione per il 31% del campione. Che impatto c’è stato sulle intenzioni di voto? La Supermedia di YouTrend questa settimana vede il Pd al 32,1%, il M5S al 25,7, la Lega al 14,2, Forza Italia al 12,3, FdI al 4,4 e la Sinistra al 4,2. Vi è stato quindi un robusto aumento del partito di Grillo a fronte di un calo nel Pd.

La vicenda giudiziaria potrebbe avere effetti anche sui risultati del referendum di aprile: pur avendo come oggetto un tema diverso (vietare il rinnovo automatico delle concessioni per estrazione di idrocarburi entro le 12 miglia marine), non è peregrina l’associazione con un’ipotesi di reato che coinvolge l’estrazione di petrolio sulla terraferma. I sondaggi disponibili ci indicano un’opinione generale orientata fortemente verso il Sì (74 e 65% per Demopolis e Piepoli, rispettivamente), ma una bassa propensione a recarsi alle urne (Ipr stimava il 30% di affluenza una settimana fa, con solo un 10% degli intervistati che si definiva informato sulla consultazione). Il dato chiave diventa non tanto quanti italiani voteranno Sì o No, ma quanti esprimeranno una propria scelta: il meccanismo del quorum rende il referendum valido solo se voterà la maggioranza assoluta degli aventi diritto (cioè 23 milioni e mezzo di italiani). Un traguardo che però sembra fuori dalla portata dei soggetti promotori.

Vediamo perché, partendo da un’analisi dei dati. Innanzitutto abbiamo pesato il risultato medio dei partiti nei sondaggi con l’affluenza prevista ad oggi (61%), ricavando la loro consistenza in voti assoluti. Abbiamo fatto tre ipotesi: nella prima, abbiamo stimato che tutti gli elettori di M5S, Lega, Sinistra e FdI vadano a votare, essendo questi i partiti più “mobilitati” contro il governo; nel secondo scenario abbiamo aggiunto anche metà degli elettori Pd, partito in cui vi sono diversi orientamenti in merito al referendum, e al quale appartengono molti presidenti di Regione che hanno promosso i quesiti referendari. Infine, nella terza ipotesi abbiamo calcolato tra i votanti anche metà degli elettori di Forza Italia. In nessuna delle tre ipotesi il quorum sarebbe raggiunto: nel migliore dei casi (terzo scenario) mancano oltre 3 milioni di voti all’appello. Di conseguenza, se il fronte No-triv non riuscirà a mobilitare una fetta imponente di chi ad oggi non simpatizza per alcun partito, il quorum non sarà raggiunto.

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A ciò possiamo aggiungere una considerazione in merito all’affluenza nelle regioni. Negli ultimi 4 referendum nazionali tenutisi dal 2006 ad oggi, l’affluenza complessiva media è stata pari al 40,1%. Sulla base della distribuzione dell’affluenza registrata in passato, abbiamo stimato quanti elettori dovrebbero votare in ciascuna regione il 17 aprile perché si superi il 50% su scala nazionale. I dati non sorridono ai comitati per il Sì: l’affluenza dovrebbe superare il 60% in Emilia-Romagna e Toscana (regioni “referendarie”), ma anche il 50% in Lazio e Lombardia (più “tiepide” in occasione dei referendum, ma molto più “pesanti” in termini di elettori). Un traguardo assai arduo, salvo grossi spostamenti di opinione nell’ultima settimana. Non sorprende quindi che Matteo Renzi abbia scommesso sull’astensione, rimandando il test sul governo ad altre elezioni.

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