Governo, popolarità in ribasso per colpa di Europa ed Etruria

(articolo per Il Fatto Quotidiano – scritto con Andrea Piazza)

Per Matteo Renzi e il suo governo non è un periodo facile. Solo per stare alle cronache più recenti, ci sono stati: la polemica tra il premier e il presidente della Commissione europea Juncker; la tempesta sui mercati generata dai dubbi della Bce sulla solidità del nostro sistema bancario; le questioni relative al caso Boschi-Etruria; lo scontento della minoranza Pd sull’appoggio di Verdini alla riforma costituzionale; la controversa nomina di Marco Carrai come consulente del governo sulla cyber security; le resistenze dei cattolici Pd sul ddl Cirinnà.

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Insomma, il governo naviga in acque agitate, sia sul fronte interno che su quello europeo. Ma questo sembra non scalfire troppo la fiducia degli elettori, almeno per il momento.

Le ultime rilevazioni confermano uno scenario piuttosto stabile: tutti i partiti sono all’incirca sugli stessi valori da settimane. L’ultima “Supermedia” di YouTrend dice: Pd al 31,8%, Lega al 15, Forza Italia al 10,7. Si segnala solo una recente flessione del Movimento 5 stelle, probabilmente dovuta al “caso Quarto”: rispetto a un mese fa il partito di Grillo (al 26,7%) perde quasi un punto. La fiducia verso Renzi invece è stabile da novembre sopra il 30% (oggi è al 32,8). Va fatta una precisazione: di solito i dati di sondaggio sulle intenzioni di voto sono al netto degli indecisi/astenuti. Quindi, se un partito viene stimato al 10% significa che hanno dichiarato di votarlo 10 intervistati su 100 che affermano di essere intenzionati a votare e che hanno già deciso quale partito sostenere; ma questi 100 sono solo una parte del campione complessivo: di solito gli indecisi o astenuti sono quasi altrettanti. Viceversa, quando si chiede agli intervistati se abbiano fiducia in un politico, la percentuale dei rispondenti include anche quelli che non voterebbero o sono indecisi. Per questo motivo, non è detto che siano solo gli elettori di Pd e Ncd a valutare positivamente il governo: è probabile che vi siano elettori di altri partiti, o che non voterebbero, che hanno fiducia nell’esecutivo.

Ciò fa comprendere anche perché, nonostante i giudizi positivi nei suoi confronti siano una minoranza, Renzi spera di ottenere la maggioranza dei votanti in una consultazione a due: che si tratti del referendum costituzionale in autunno oppure del ballottaggio previsto dall’Italicum alle prossime elezioni. Del resto, ci sono anche leader dell’opposizione che godono di un consenso superiore alle intenzioni di voto registrate dai loro partiti: sia Salvini che Di Maio, ad esempio, hanno un livello di fiducia ben superiore al 20%.

Facendo invece un confronto storico dell’appoggio nei confronti del governo in carica, si nota che da quando è venuto meno lo schema bipolare che ha caratterizzato la politica italiana dal 1994 al 2011, la fiducia verso i vari governi che si sono succeduti è inesorabilmente calata in pochi mesi a livelli prossimi al 30%. Confrontando il trend della fiducia al governo Renzi con quelli dei governi Monti e Letta, infatti, si osserva come il consenso di tutti e tre gli esecutivi, dopo una prima “luna di miele” tenda gradualmente a ridursi per effetto delle scelte politiche che allontanano gli elettori che ne subiscono gli effetti o che non le condividono. È interessante notare come il governo guidato da Renzi, forse per effetto del clamoroso risultato del Pd alle Europee 2014 e di una maggiore abilità comunicativa del premier, sia riuscito a conservare un consenso piuttosto alto per diversi mesi in più rispetto ai suoi due predecessori. Resta da vedere se il minimo toccato a gennaio 2016 (27,5%) sia l’inizio di un’ulteriore discesa o se invece vedrà un rimbalzo verso l’alto nei mesi successivi. Se guardiamo inoltre al trend registrato dall’esecutivo tecnico di Monti, si può notare una dinamica comune a molti governi, non solo in Italia: una risalita (perlomeno accennata) in corrispondenza della fine del mandato, quando con l’avvicinarsi delle urne gli elettori esprimono un bilancio complessivo dell’operato del governo e non un giudizio legato alla stretta attualità.

Il livello di fiducia degli italiani nelle istituzioni in generale è comunque molto basso. Se si esclude il Presidente della Repubblica (a gennaio al 61% di fiducia per Piepoli, al 60% per Ixè), non esiste alcuna istituzione politica che goda dell’appoggio della maggioranza dei cittadini. Non certamente l’Unione Europea, che partendo dal 57% di fiducia nel 2000 è scesa al 37% nel 2011. Oggi viene vista positivamente solo dal 30% degli italiani (dati Demos). Questo spiega anche i toni duri usati dal premier nei confronti dell’Ue: di fatto gli elettori filoeuropei sono una minoranza, e Renzi non teme un’ondata di biasimo per le sue posizioni più muscolari.

Si aggiunga che neanche verso le banche gli italiani hanno grande fiducia. Secondo gli ultimi dati dell’istituto Ixè, solo il 23% ha fiducia nel nostro sistema creditizio, e addirittura il 31% teme che sia possibile un suo crollo. Ciò nonostante, e in modo apparentemente paradossale, secondo lo stesso sondaggio solo il 4% degli intervistati ha provveduto a prevenire i rischi paventati, ritirando in tutto o in parte i propri risparmi dalla propria banca.

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