Una sola certezza: a Roma vince il partito dei capibastone

(articolo per Il Fatto Quotidiano – scritto con Andrea Piazza e Matteo Cavallaro)

Mancano ancora più di sei mesi alle prossime comunali romane, ma le manovre di avvicinamento sono già cominciate. Si è parlato di tanti possibili nomi per la corsa al Campidoglio: da Roberto Giachetti a Giorgia Meloni, da Marcello De Vito a Giovanni Malagò. In attesa di conoscere i candidati ufficiali e il loro numero, facciamo il punto sulla situazione di partenza.

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L’andamento delle intenzioni di voto per il Comune di Roma secondo vari istituti. Tra le incognite, la lista dell’indipendente Alfio Marchini (a destra)

Le Europee 2014 hanno visto il grande trionfo di Renzi anche nella Capitale, con il PD nettamente primo partito al 43%. Un’avanzata di quasi 14 punti rispetto alle Politiche dell’anno prima, quasi 48mila voti in più. In arretramento invece il Movimento 5 Stelle: in termini percentuali perde poco (-2%) ma, vista la bassa affluenza, lascia per strada 143mila voti. Al terzo posto, il centrodestra, ben lontano dai livelli del 2008 e con Forza Italia in crisi profonda. Ai tempi di Alemanno il PDL era la prima lista della città, ma in sei anni il partito di Berlusconi ha perso per strada 23 punti e 400mila voti. Consensi solo in parte dispersi nelle varie scissioni, principalmente verso Fratelli d’Italia, in salita tra 2013 e 2014.

L’offensiva 5Stelle parte dalle periferie

L’effetto-Renzi è stato ancora più netto guardando la mappa cittadina: mentre il Pd di Bersani e Marino raccoglieva i suoi migliori risultati tra Monteverde e Garbatella (VII e XII municipio), il Pd renziano ha letteralmente sfondato nella zona centrale, tra Parioli e centro storico (II e I) , guadagnando in queste zone oltre 17 punti sulle passate Politiche e 12 sulle Comunali. E se è vero che alle Europee (ma anche alle Comunali) finì 15 a 0 per il centrosinistra, sembra improbabile che un tale exploit si possa ripetere. In particolare è da tenere d’occhio la zona est, tra Tor Vergata, Tor Bella Monaca e Prenestino, dove il M5S arrivò secondo nel 2014 per un migliaio di voti appena. È dunque dalle periferie che può partire l’offensiva dei 5Stelle, al momento in vantaggio nei sondaggi. Tutti gli istituti vedono oggi il M5S in testa nel voto alle liste per il comune, con il centrodestra davanti al Pd, che rischierebbe così di restare fuori dal ballottaggio. Ma l’handicap per il Movimento sta nella scelta del candidato, visto che nelle intenzioni di voto ai candidati sindaco anche il più noto Di Battista fatica a eguagliare il successo della lista, fermandosi al 21,5% (fonte: Datamedia).

Nel centrodestra Giorgia Meloni potrebbe forse aggiungere qualcosa al peso elettorale della coalizione: le sue intenzioni di voto oscillano tra il 20 e il 27%. Sul fronte della maggioranza uscente, gli strascichi di “Mafia Capitale” sembrano aver danneggiato il partito del premier: accreditato a un 20% scarso, il Pd rischia seriamente di non qualificarsi per il ballottaggio, complice la difficoltà nel trovare un candidato.

Il ruolo di Marchini e l’incognita Marino

Spesso viene “sondato” Fabrizio Barca, ma l’ex ministro risulterebbe debole (tra il 10% di Datamedia e il 15% di Euromedia). A ciò si aggiunge il rischio di una corsa in solitaria di Ignazio Marino, che in media raccoglie il 12,5% delle preferenze. Del resto, le indagini di Tecnè sulla fiducia certificano la nostalgia dell’elettorato capitolino: il politico ritenuto più affidabile rimane l’ex sindaco Walter Veltroni, fuori dalla politica nazionale da un buon lustro. Dietro di lui, il civico Alfio Marchini, corteggiato da molti e accreditato di un 14%, poco sopra Marino. Dando per scontata la presenza del M5S al secondo turno, saranno proprio le scelte di Marchini e del sindaco uscente a decidere chi sarà l’altro sfidante al ballottaggio. Nei prossimi mesi sapremo come sceglieranno di giocare il loro ruolo da king-maker.

Saranno decisivi i padroni delle preferenze

I sondaggi, tuttavia, non raccontano che una parte della storia e rischiano di sottovalutare un fattore chiave delle elezioni comunali: le preferenze. Nel 2013, alle Regionali il M5S perdeva 7 punti e 120 mila voti rispetto alle Politiche, svoltesi nello stesso giorno. Tre mesi dopo, alle comunali, la perdita saliva a 15 punti e 187 mila voti. Come se il voto nazionale non si riflettesse sul piano locale. Abbiamo calcolato l’indice di preferenza, che ci dice quante delle preferenze a disposizione sono state usate dagli elettori e descrive quindi il peso dei candidati nelle liste. Per i Cinque Stelle il dato è impietoso: alle Comunali 2013 i suoi elettori espressero solo il 5% di preferenze, contro una media cittadina del 22% (con Pd e Pdl al 25 e al 28%). In termini assoluti, si tratta di un “tesoretto” di quasi 120 mila preferenze di distacco tra Pd e M5S. Più di centomila voti che, a sei mesi dalle elezioni, non sono registrati dai sondaggi. Insomma: in un’elezione che si preannuncia molto combattuta, i signori delle preferenze influenzeranno il risultato finale quasi quanto i candidati a sindaco.

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