Annunci e promesse non bastano più: Renzi vince solo se fa

(articolo per Il Fatto Quotidiano – scritto con Andrea Piazza)

Matteo Renzi è un politico che ama fare annunci. Come tutti i politici contemporanei, fa i conti con una campagna elettorale permanente. Sin dal momento in cui è subentrato a Enrico Letta come Presidente del Consiglio, nel febbraio 2014, ha puntato tutto sul largo consenso di cui disponeva, impostando l’azione di governo su una sorta di aut-aut (“o così o tutti a casa”) sapendo che un ritorno alle urne sarebbe risultato sconveniente per tutti, ma in particolare per la minoranza del suo partito, il Pd, e gli alleati di Ncd.

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E questa strategia comprende un frequente ricorso ad annunci, spesso accompagnati da una scadenza temporale: all’inizio “una riforma al mese”, poi un più realistico “programma dei mille giorni”. Renzi si è presentato come “uomo del fare”, ma prima di fare si è sempre adoperato molto per annunciare le misure e le riforme che il suo governo avrebbe approvato. Ma questa strategia di annunci è stata efficace per conservare e magari incrementare il suo capitale di consenso oppure si è rivelata controproducente, deludendo le aspettative generate? Grazie ai (tanti) sondaggi che vengono realizzati, proviamo a rispondere partendo dal trend della fiducia verso Renzi – e dei consensi al Pd – registrata dal suo insediamento ad oggi.

Il primo periodo è quello, tipico, della “luna di miele”: il consenso verso Renzi è molto alto, sopra il 50%. Il premier si insedia promettendo – come detto – “una riforma al mese” su riforme istituzionali, lavoro, pubblica amministrazione e fisco. Sceglie donne e giovani, al governo e ai vertici delle grandi aziende di Stato. Meno di un mese dopo, il 12 marzo, la Camera già approva la prima versione dell’Italicum e Renzi annuncia una grande misura di sostegno alle classi medie: 1000 euro all’anno a chi ne guadagna meno di 25.000, i famosi 80 euro in busta paga. Alle Europee 2014 il Pd di Renzi ottiene un risultato record, grazie a una campagna elettorale che attira in massa soprattutto gli indecisi delle ultime settimane; la fiducia in Renzi (e le intenzioni di voto per il Pd) si impennano: è il ben noto effetto bandwagon, ossia il salto sul carro del vincitore.

Ma non dura molto: i mesi estivi sono quelli delle polemiche con la minoranza Pd sulla riforma costituzionale e soprattutto sulla riforma del lavoro, con cui il governo mette in discussione l’art. 18. Renzi comincia a perdere consensi, non solo di molti elettori “storici” del Pd, ma anche di elettori di altri partiti oppure indecisi, grazie agli attacchi delle opposizioni (su tutti il M5s e Lega di Salvini). Il suo consenso, che era sempre stato trasversale e che andava oltre i consensi al Pd, comincia a restringersi entro i confini del partito, con i quali finirà per coincidere. A ottobre, Renzi cerca di correre ai ripari con nuovi annunci: la legge di Stabilità, “la più grande riduzione delle tasse della storia repubblicana” (definizione che ripeterà, identica, un anno dopo) conterrà anche 80 euro di bonus per le neo-mamme. Ma la tendenza non si inverte, i sindacati si mobilitano contro il Jobs Act e la polizia manganella un corteo di manifestanti Fiom, tra cui il segretario Landini. Nel frattempo, il Pd vince le Regionali in Emilia-Romagna e Calabria, ma con il record negativo di partecipazione elettorale (sotto il 50%) mentre a Roma esplode lo scandalo di Mafia Capitale

Il 2015 si apre con una fiducia in Renzi per la prima volta sotto il 40%: poi arrivano le dimissioni di Napolitano e l’elezione di Mattarella a presidente della Repubblica, operazione con cui Renzi ricompatta il suo partito ed emerge come il vincitore di una partita molto delicata. In questa occasione i suoi consensi e quelli del Pd risalgono, ma anche qui dura poco. Ad aprile la fiducia in Renzi tocca un nuovo minimo (36%) in un clima di grandi polemiche, stavolta sulla riforma della scuola e poi sugli impresentabili tra i candidati Pd alle elezioni regionali. Elezioni che rivelano un consenso inferiore alle attese per i democratici, che si ripercuote nei sondaggi. In estate i consensi per Renzi e il Pd scendono ancora. A luglio però il premier annuncia per la prima volta: “Via le tasse sulla prima casa nel 2016”, poi a settembre per difendere la scelta ingaggia una polemica sia con l’Ue – contraria all’abolizione di Imu e Tasi – che con la sinistra dem (“tagliare le tasse è di sinistra”; poi cambierà idea: “Non è né di destra né di sinistra, è giusto”); Renzi capisce che le tasse sono un argomento su cui può riguadagnare consensi, annuncia anche il taglio dell’Ires (ma forse dal 2017) e quando il governo presenta le slide sulla legge di Stabilità si espone molto sui media per promuovere il messaggio della riduzione, anche questa volta “storica”, della pressione fiscale.

Al momento questa strategia sembra funzionare, la fiducia nel premier è risalita sopra il 35% per la prima volta da giugno. Ma non si può dire che questo sia (solo) merito degli annunci; che sono stati fatti in abbondanza, e con grande frequenza, per tutto il periodo in cui Renzi ha assunto la guida del governo. Ad avere un effetto positivo sulla fiducia nell’attuale presidente del Consiglio sembrano essere più gli eventi concreti: il rinnovamento della classe dirigente e di governo, la vittoria alle elezioni europee, l’elezione di Mattarella, il taglio delle tasse nella legge di Stabilità. Al contrario, la fiducia verso Renzi scende quando esplodono scandali che coinvolgono il governo o il Pd, o quando l’azione del governo incontra forti resistenze nel Paese: la riforma elettorale e costituzionale, la riforma della scuola, il Jobs Act sono solo alcuni esempi. Il fatto che molte di queste misure fossero state annunciate da tempo e poi effettivamente portate a termine confermerebbe l’ipotesi che il consenso degli elettori non dipende dagli annunci, ma da quanto piacciono (o non piacciono) le cose che Renzi fa (o non fa).

 

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