Manovre di (in)stabilità

Puntata di Omnibus del 16 ottobre. Come altre volte, sono stato invitato a intervenire (in collegamento da Napoli) per illustrare un po’ di sondaggi che potessero dare un contributo al dibattito in studio. Stavolta i protagonisti del dibattito moderato da Gaia Tortora erano Daniela Santanché (Forza Italia), Arturo Scotto (Sel), Matteo Ricci (Pd), l’economista Alessandro De Nicola e il giornalista Alessandro Barbera (La Stampa).

omnibus 16-10-15

Argomento della trasmissione, e non poteva essere altrimenti, la Legge di stabilità approvata ieri dal Cdm (Consiglio dei ministri) ed illustrata in un profluvio di slide nell’apposita conferenza stampa a margine. Il mio intervento ha riguardato però le vicende che hanno monopolizzato la cronaca politica nelle scorse settimane, ossia il caso Roma (e le dimissioni del sindaco Marino) e lo scandalo in regione Lombardia (con l’arresto del vicepresidente di Maroni, Mantovani). Oltre alla consueta “supermedia” dei sondaggi che YouTrend aggiorna ogni settimana.

Qui il video della puntata; i sondaggi che illustro arrivano dopo 49 minuti di trasmissione, e poi ancora dopo un’ora e 11 minuti.

Vorrei però fare qualche considerazione più centrata sul tema della puntata, ossia la manovra finanziaria presentata con la Legge di stabilità.

Che cosa c’è in questa Legge di stabilità? Molte cose, alcune buone, altre un po’ meno, altre ancora decisamente pessime. Senza alcuna pretesa di infallibilità – non essendo un economista – provo a spiegare perché alcune scelte potevano (e forse dovevano) essere fatte in modo diverso.

Cominciamo dalle proporzioni: la manovra ammonta a circa 26,5 miliardi di euro, che potrebbero diventare quasi 30 se si verificheranno alcune condizioni. Quanti soldi sono? La risposta più esatta è: un sacco di soldi. Per fare un confronto, la famosa manovra “lacrime e sangue” di Monti che servì a scongiurare il default a fine 2011 impegnava 40 miliardi di euro per il triennio successivo. Ma fin qui, nulla da dire: l’Italia ha bisogno di manovre economiche importanti per rimettersi in carreggiata, non può certo pensare di risolvere i propri (grandi) problemi macroeconomici con mini-aggiustamenti da pochi miliardi di euro l’anno.

Quello che più mi ha colpito, nella composizione delle varie voci, è il peso spropositato che ha la spesa in deficit tra le coperture: il Sole 24 Ore la etichetta, patriotticamente, con la dicitura “Flessibilità UE”

legge di stabilità 2015

Non è un’invenzione giornalistica: la metà abbondante delle coperture di questa imponente manovra economica provengono da ciò che l’Unione Europea (quella dei “maestri che non hanno titoli per dirci come dobbiamo usare i nostri soldi”, per intenderci) ci consente di spendere facendo deficit, pur nel rispetto del famoso limite del 3% annuo. Il problema dell’Italia però non è (solo) quello di tenere il deficit sotto il 3%, quanto quello di ridurre – gradualmente ma con decisione – il proprio gigantesco debito pubblico; ma per far ciò bisognerebbe rispettare alcune clausole, contenute nel famigerato Fiscal Compact, che con questa Legge di stabilità sembrano esser state bellamente ignorate, proprio con il benevolo avallo dei malvagi tecnocrati europei.

Ma in quale altro modo si sarebbero potute finanziare le uscite? In realtà ci sono altri modi: aumentando le tasse oppure tagliando la spesa. Proprio quest’ultima sembrava essere la soluzione di tutti i mali; sembrava che aggredendo gli sprechi e le inefficienze si potesse rapidamente arrivare a tagliare dai 10 ai 15 miliardi di spesa pubblica ogni anno (rapporto Cottarelli, do you remeber?). Evidentemente il Governo ha pensato che tale obiettivo, almeno per quest’anno, fosse irrealizzabile, ed ecco che dai tagli di spesa arriveranno solo 5,8 miliardi (altri 3,1 verranno da “ulteriori efficientamenti”). Dalla voluntary disclosure, facendo molto affidamento sulla buona voluntariety dei soggetti interessati, dovrebbero venire altri 2 miliardi – il condizionale è d’obbligo. Infine, un miliardino verrebbe dal settore dei giochi (qui è incluso un piccolo aumento di tasse per circa 500 milioni).

Quell’ulteriore margine (in blu scuro nel grafico del Sole) di circa 3 miliardi chiamato “clausola migranti” dovrebbe, nelle speranze di Renzi e Padoan, essere costituito di ulteriore spesa in deficit, se l’UE riconoscerà i pesanti sforzi economici compiuti dall’Italia, nell’interesse dell’Europa tutta, nel pattugliamento delle coste e nel salvataggio dei rifugiati. Questa voce è opzionale, e dopo ci torneremo.

Fin qui le coperture. Veniamo alle spese. Anche qui quello che salta all’occhio è l’enorme peso ricoperto dai mancati aumenti di tasse (in particolare dell’IVA) previsti a partire dal 1° gennaio 2016. Previsti da chi? In parte dal governo Letta, ma la maggior parte proprio dal governo Renzi, e in particolare dalle clausole previste nella Legge di stabilità dello scorso anno. Per chi non lo sapesse, in macroeconomia una riduzione (o un mancato aumento) delle tasse equivale ad un aumento (o ad una mancata riduzione) di spesa. Solo queste clausole si “mangiano” 16,8 miliardi dei 26 complessivi. Un’enormità. Ciò vuol dire che gli italiani nel 2016 pagheranno 16,8 miliardi di tasse in meno rispetto al 2015? No, vuol dire che ne pagheranno di meno rispetto a quante ne avrebbero pagate nel 2016 se il governo non avesse trovato le coperture. Tutto è bene ciò che finisce bene, verrebbe da dire.

Seconda voce di spesa è la famosa abolizione della tassa sulla prima casa. Non mi soffermo più di tanto a spiegare perché si tratta di una pessima idea, inefficace e regressiva (altri, più competenti di me, lo hanno già fatto*). Mi limito a sperare che non faccia troppi danni, in termini di risorse impiegate, e che – mi sia concessa un’osservazione partigiana – porti un aumento di consensi verso un governo che in certi campi (riforma elettorale e costituzionale, mercato del lavoro) sta ottenendo risultati impensabili per chiunque altro.

Quasi un miliardo è destinato all’abolizione dell’Imu agricola e della tassa sugli imbullonati. Queste, insieme agli sgravi (“scontati”) sulle assunzioni, sono delle misure che vanno nella giusta direzione, se la direzione è quella di rilanciare la competitività e il dinamismo dei fattori produttivi. Le altre voci di spesa sono, per quanto riguarda il loro impatto, abbastanza marginali; mi limito a sottolineare con piacere (da campano) i 150 milioni di euro destinati alla martoriata Terra dei fuochi.

Non finisce qua. Se la “clausola blu” (quella sui migranti) verrà accolta, è previsto l’anticipo al 2016 del taglio dell’Ires, una delle tasse (insieme all’Irap) che soffocano le imprese italiane – perlomeno quelle oneste. Una misura sacrosanta, e prevista comunque per il 2017. I dubbi sorgono quando si confronta il peso di questo taglio con quello relativo alla Tasi: sono praticamente equivalenti. Ora, se il governo avesse voluto perseguire a tutti i costi la strada della crescita economica e del rilancio dell’occupazione, avrebbe certamente optato per il taglio Ires già dal 2016, e lasciare che fosse il destino della Tasi ad essere deciso dalla valutazione discrezionale dell’UE sulla “clausola migranti”. Ma la spiegazione (non bisogna essere particolarmente geniali per capirlo) c’è: nella primavera 2016 si voterà per eleggere i sindaci nelle maggiori città italiane. Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, Genova. In ciascuna di queste città al PD e a Renzi conviene presentarsi come quelli che hanno abolito una delle tasse più odiate sin da quando si chiamava ICI. Con tanti saluti all’autonomia finanziaria e di riscossione dei Comuni. I mancati introiti per i Comuni provenienti delle tasse sugli immobili saranno sostituiti da trasferimenti statali, così da domani sarà persino più semplice recuperare da questa voce di spesa per fare cassa. Due piccioni con una fava.

* Per una argomentazione “nuda e cruda”, ma ampiamente supportata da dati teorici ed empirici, del perché non sia affatto ingiusto tassare le case di proprietà, si veda questo articolo

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