Regionali 2015: i candidati più “social” sono quelli migliori?

(Lavoro presentato in occasione del Seminario post-elettorale della SISE il 3 luglio 2015, realizzato insieme a Martina Carone)

Con questo lavoro abbiamo cercato di rispondere a una domanda piuttosto semplice: dal momento che oggi molti “addetti ai lavori” guardano con curiosità e interesse all’uso che i politici fanno degli strumenti messi a disposizione da internet (in particolare i social network: Facebook, Twitter, Instagram, etc), quanto possiamo dire che questi strumenti siano efficaci nel tradursi in un aumento del consenso reale, effettivo?

Le regionali 2015 ci hanno dato l’opportunità di provare a rispondere, dal momento che tutti i candidati alla carica di presidente della Regione – ma anche una consistente parte di “semplici” candidati al consiglio regionale – hanno aperto o utilizzato una pagina Facebook per scopi di comunicazione politica ed elettorale. I tempi sono maturi per poter parlare di una vera e propria “penetrazione di massa” di internet e dei social network più popolari, al pari di quanto si potesse dire di tecnologie come la televisione a colori o il telefono fisso a cavallo degli anni ’80 e ’90.

Cominciamo dalle definizioni: cosa intendiamo per candidati “migliori”? Chiaramente ci riferiamo a quelli più competitivi, ossia coloro che hanno ottenuto le migliori performance a livello elettorale. Solo i candidati risultati vincenti, dunque? In realtà no, poiché la vittoria (o la sconfitta) di un candidato può essere dovuta a una pluralità di fattori, non da ultimo l’appartenenza ad un partito o ad una coalizione – che possono essere storicamente forti o deboli in un determinato territorio: si pensi al predominio del centrosinistra nelle “regioni rosse” del centro-nord e quella del centrodestra nel lombardo-veneto.

competitività

Misuriamo la competitività di un candidato, in questo caso, mediante la differenza tra i voti totali ottenuti da ciascun candidato (Vt) e i voti ottenuti dalle liste che lo sostengono (Vl). Questa differenza può essere assoluta (Vt – Vl) oppure relativa [(Vt – Vl) / Vt]. Utilizziamo quest’ultima perché a nostro avviso restituisce un’idea migliore del ruolo effettivamente giocato dal candidato rispetto alle proprie liste (esempio: due candidati ottengono il 50 e il 10 per cento, sostenuti da liste che ottengono rispettivamente il 48 e l’8%; la differenza assoluta è uguale per entrambi ed è pari a un saldo positivo del 2%, ma la differenza relativa ci dice che il primo ha ottenuto una performance di +4% rispetto alle proprie liste, mentre il secondo di un ben più consistente +20%).

Quali candidati abbiamo “misurato”? Ne abbiamo selezionati 25, scegliendo tra i 3-4 principali per ciascuna delle 7 regioni al voto (Liguria, Veneto, Toscana, Marche, Umbria, Campania, Puglia). Vediamo allora la tabella con i 25 candidati ordinati per questo indice relativo di competitività, indicato nell’ultima colonna (“Differenza”).

classifica 25 candidati

Questa prima tabella ci fornisce già una serie di indicazioni interessanti. La prima riguarda regioni come la Liguria (ma anche le Marche) in cui i candidati poi risultati vincitori, o comunque più votati (Toti, Paita, Ceriscioli) risultano molto poco competitivi, secondo i criteri appena esposti; nelle stesse regioni, per contro, i candidati “sconfitti” risultano invece quelli più competitivi rispetto alle proprie liste. In particolare Luca Pastorino risulta essere stato un candidato molto forte rispetto alle liste (due) che lo sostenevano, facendo registrare una differenza positiva (relativa) pari quasi al 30%.

Una seconda indicazione interessante viene dal dato della Toscana: in questa regione gli scostamenti dei candidati rispetto alle proprie liste sono minimi, per non dire irrilevanti. A cosa può essere dovuta questa dinamica?

voto di lista

Un primo fattore da tenere in considerazione in questi casi è il diverso utilizzo del voto di lista nelle diverse regioni. Al netto delle lievi differenze tra i sistemi elettorali regionali, il dato comune (con poche eccezioni) è la possibilità di esprimere sia un voto per il candidato presidente sia un voto per una lista, sia entrambi. Di solito l’utilizzo del voto di lista (e conseguentemente, del voto di preferenza – ove previsto) è maggiore nelle regioni del Sud; tendenza confermata anche in questa tornata elettorale. Il voto dato solo ai candidati presidente – senza quindi dare un voto anche alla lista – è stato anche in questa occasione maggiore nelle regioni settentrionali (Liguria e Veneto) rispetto a quelle meridionali (Campania e Puglia). Anche in questo caso però la Toscana spicca per la sua peculiarità: solo il 3% degli elettori toscani ha votato per un candidato presidente senza esprimere anche un voto per una lista, meno che nelle regioni meridionali. Perché è accaduto questo?

scheda elettorale

Una possibile risposta può rintracciarsi nel particolare formato della scheda elettorale utilizzata in Toscana, molto simile a quella utilizzata di recente anche in alcune elezioni comunali (ad esempio ad Aosta). Si tratta di una scheda (a destra) in cui l’area in cui si può tracciare un contrassegno per il voto ai candidati presidente è molto ridotta rispetto alle schede elettorali usate nelle altre regioni (a sinistra i casi di Campania e Marche); questo pare essere stato un fattore determinante nel minimizzare il voto disgiunto e quello dato al solo candidato presidente, e non è escluso che questa dinamica spinga altre regioni a seguire il modello toscano per ridurre le possibilità di esiti elettorali contraddittori.

Questa peculiarità tutta toscana ci ha convinto ad escludere la Toscana dal campione delle regioni analizzate, perlomeno riguardo le performance dei vari candidati sul web.

Per quanto riguarda il profilo web da analizzare, abbiamo ristretto il campo alle sole pagine Facebook pubbliche (cioè, quando possibile, diverse da quelle personali) dei candidati. Perché solo le pagine Facebook? Per vari motivi, il primo e più importante la diffusione del social network fondato da Mark Zuckerberg: su 29 milioni di italiani che usano internet, ben 25 milioni hanno un profilo Facebook; per avere un’idea, si pensi che gli aventi diritto al voto sono circa 50 milioni, i votanti sempre molti di meno (in questa occasione, circa la metà). La capillarità del mezzo è tale che paragoni con altre piattaforme social, pur molto diffuse (Twitter, Instagram, Linkedin) non sono proponibili. Certo, bisogna sempre tenere presente che la popolazione attiva su internet è un sotto-campione non pienamente rappresentativo di quella che si reca alle urne: è ben noto che la diffusione di internet (e di Facebook) tra i più giovani raggiunge picchi superiori al 90%, mentre proprio tra i più giovani si registrano i tassi di astensionismo maggiori.

Detto che ciascun candidato presidente (tra quelli presi in esame) ha utilizzato una pagina Facebook anche come strumento di propaganda elettorale, come misuriamo il grado di efficacia delle loro attività online? Intanto, definiamo “efficacia” come capacità di coinvolgimento di un pubblico più ampio possibile, in grado di rilanciare e diffondere a sua volta i contenuti prodotti dal candidato. Questo tasso di coinvolgimento si misura con il cosiddetto engagement rate, espresso con una semplice formula matematica, e che può riferirsi tanto ai singoli contenuti quanto alla totalità di contenuti pubblicati in un dato periodo.

engagement rate

Nel nostro caso, abbiamo preso in considerazione due periodi: i 30 giorni che hanno preceduto il voto e l’ultima settimana, dove ci si aspettava un’attività di comunicazione/propaganda superiore alla media.

classificaer3 classificaer2 classificaer1

 

Le varie classifiche (una per ciascuna regione, Toscana esclusa) ci portano però ad una conclusione contro-intuitiva, seppur spiegabile: sembra non esserci alcuna correlazione generale tra l’attività – o meglio, l’efficacia in termini di coinvolgimento dell’attività – online dei candidati sulla loro piattaforma social più “popolare” e il loro rendimento in termini relativi, ossia rispetto ai voti raccolti dalle liste a loro sostegno. La spiegazione è, però, piuttosto semplice: appare chiaro infatti che Facebook, nonostante la sua diffusione e il suo utilizzo crescente in vasti settori della società, non è che uno specchio distorto della società stessa; in altre parole, ciò che ha successo sul più popolare dei social network non ha automaticamente un successo di pari entità nel mondo offline – per quanto la distinzione tra online e offline possa essere fuorviante.

politicipopfb

A riprova di quanto detto, basti guardare la classifica dei leader politici più popolari (ossia con il maggior numero di fan) su Facebook: se questa classifica fosse attendibile, dovremmo attenderci un Movimento 5 stelle di gran lunga primo tra le preferenze degli elettori, addirittura con il doppio dei consensi rispetto al PD o alla Lega. Naturalmente le cose non stanno così, e non solo perché il consenso di un partito non è (o non è ancora) funzione diretta della popolarità del suo leader, ma proprio per quanto detto sopra: ossia che Facebook, e internet più in generale, sono soltanto una rappresentazione distorta della realtà, almeno per ora. Non è da escludere che il futuro possa riservarci un’evoluzione di questa dinamica nel senso di una sempre maggiore corrispondenza tra online e offline.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...