Regionali 2015: chi ha vinto e chi ha perso

Le elezioni regionali del 31 maggio 2015 sono state un test politico nazionale. Lo sono state per due motivi: il grande numero (oltre 15 milioni) di italiani chiamati alle urne; e l’eco mediatica che le diverse sfide – alcune più di altre, in verità – hanno suscitato, e che ha avuto conseguenze sulle azioni dei principali attori della politica nazionale, istituzionali e non.

Ma com’è andato questo test? Chi l’ha superato a pieni voti, chi è stato rimandato e chi sonoramente bocciato?

Si può rispondere in vari modi. Volendo limitarci ad una risposta quanto più asettica possibile, dovremmo guardare alla posta in palio di questa tornata elettorale, e cioè la conquista dei diversi governi regionali. Da questo punto di vista, il PD e i suoi alleati escono vincitori, portando a casa 5 regioni su 7; ma si tratta dello stesso score della situazione di partenza, risalente al 2010. Solo che all’epoca si viveva letteralmente in un’altra èra politica: al governo c’era Silvio Berlusconi; il primo partito era il PDL, che oggi è scomparso; segretario del PD da sei mesi era Pierluigi Bersani – oggi lo è, da un anno e mezzo, Matteo Renzi; il Movimento 5 stelle non esisteva se non a livello embrionale. Quindi, fare paragoni con il 2010 non ha molto senso. Quel che è certo è che i 7 presidenti di regione eletti domenica scorsa sono 5 del PD (Rossi, Ceriscioli, Marini, De Luca ed Emiliano), uno di Forza Italia (Toti) e uno della Lega (Zaia).

Ma la dimensione di questo test nazionale si misura con il voto alle liste dei partiti, più che con il saldo tra regioni vinte e quelle perse. Da questo punto di vista, tutti i partiti (con una sola eccezione, come vedremo) hanno ben poco da festeggiare. Intanto, per via dell’ulteriore crollo della partecipazione elettorale, in diminuzione di ben 11 punti rispetto al 2010: questo vuol dire che quasi tutti i partiti hanno perso elettori, in numeri assoluti. Ma l’aumento delle astensioni va considerato come un processo ormai costante negli ultimi 10 anni (l’ultima tornata elettorale generale in cui si è verificato un aumento della partecipazione rispetto all’edizione analoga precedente sono state le Politiche 2006), ed inoltre non può essere ignorato il ruolo avuto dall’infelice collocazione nel calendario (la domenica del “ponte” del 2 giugno); molti italiani, in altre parole, si sono astenuti per andare al mare – o altrove – piuttosto che per una scelta consapevole.

In ogni caso, per fare un confronto serio con le elezioni precedenti, conviene anche stavolta guardare alle percentuali dei vari partiti, calcolate ovviamente sui voti espressi e non sugli aventi diritto. Qui ci concentriamo sullo scenario aggregato: sia perché in ciascuna delle 7 regioni vi sono state dinamiche peculiari di cui sarebbe troppo lungo dare conto; ma soprattutto perché, come rilevato anche da un articolo di Aldo Paparo per il CISE, le regioni in questione sono straordinariamenterappresentative dell’Italia intera quanto a distribuzione delle preferenze di voto; questo ci consente di guardare al dato aggregato delle 7 regioni come ad un ottimo parametro per valutare l’effettivo stato di salute dei partiti politici sul piano nazionale.

Con la Tabella 1 vediamo allora i voti alle liste nelle 7 regioni (in valori assoluti), nonché la percentuale sul totale aggregato dei voti espressi (cliccate sulla tabella per vederla ingrandita).

dati reg 2015

Il quadro che emerge è il seguente: il primo partito è il PD, con il 25% circa dei voti. Al secondo posto c’è il Movimento 5 stelle, con poco più del 15%. Al terzo posto, nel dato aggregato, c’è Forza Italia con l’11%; ma se consideriamo soltanto il totale dei voti espressi nelle regioni dove una lista si è effettivamente presentata – l’ultima colonna, contrassegnata con il simbolo %* – tale posizione va attribuita invece alla Lega Nord, che conquista il 9,5% dei voti su 7 regioni ma ben il 13% in quelle 6 dove ha presentato il suo simbolo; si noti che in Puglia consideriamo come voti alla Lega la lista “Noi con Salvini”, al suo debutto con un poco significativo 2,2% raccolto a livello regionale che abbassa di parecchio la media: senza la Puglia, il dato sarebbe addirittura superiore al 17%. A seguire, tra i partiti nazionali, troviamo Fratelli d’Italia-AN che sfiora il 4%, e poco più indietro AP-NCD, che si è presentata talvolta in coalizione con Forza Italia e talvolta separata, comunque mai con il PD con cui invece è alleato al governo nazionale. Poco incoraggiante il dato di SEL, nelle sue varie denominazioni, che vale poco più del 3%, comunque un risultato in grado di garantire l’ingresso alla Camera con le nuove soglie previste dall’Italicum.

A queste percentuali, però, va accompagnata una considerazione (espressa, fra gli altri, da Salvatore Vassallo): i voti dati alle liste dei candidati presidenti dovrebbero essere conteggiati nell’area del voto ai partiti di appartenenza. Questo perché in caso di elezioni nazionali (politiche o europee) gli elettori non troverebbero queste liste sulla scheda, ed è verosimile pensare che il loro voto in tale occasione andrebbe al partito “originario”. Nel suo articolo, Vassallo considera nelle diverse “aree” (centrosinistra e centrodestra) tutti i partiti alleati nelle due principali coalizioni in questa tornata; noi invece abbiamo distinto tra le liste civiche dei candidati presidente(rispettivamente “Civ. PD”, “Civ. FI” e “Civ. Lega”) e quelle alleate ai maggiori partiti, ma dotate di un’identità autonoma e distinta (“Altri PD”, “Altri csx” – quando non in coalizione col PD – e “Altri cdx”). Soltanto le prime andrebbero sommate ai partiti per ipotizzare il consenso “reale” di questi ultimi: ecco così che abbiamo un PD intorno al 30% (25,18 più 4,51), una Forza Italia poco sopra il 13% e una Lega Nord che balzerebbe al 15%, beneficiando soprattutto dell’enorme quantità di voti andata alle liste personali di Zaia e di Tosi (suo avversario) in Veneto.

Fatta questa premessa, passiamo al confronto con le due elezioni nazionali più recenti, ossia le Europee 2014 e le Politiche 2013: nella Tabella 2 si riportano le percentuali ottenute nelle 7 regioni in tutte e tre le tornate elettorali.

confronto reg-eur-pol

Questo confronto ci consente di capire con molta più immediatezza chi ha vinto e chi ha perso in queste elezioni. Andiamo con ordine, elencando i partiti in ordine di voti ottenuti.

Partito democratico: perde moltissimi voti rispetto alle Europee; si sapeva – e lo sapeva Renzi per primo – che quel risultato non poteva essere ripetuto. Qui però si è di fronte ad un calo di oltre 10 punti percentuali in un anno, anche considerando i voti delle civiche dei candidati presidente del PD. Non è neppure vero (come sembra suggerire l’assoluta uguaglianza tra la percentuale 2015 e quella 2013 alla lista PD) che si sia tornati ai livelli delle Politiche di Bersani, proprio per il fattore delle liste civiche. Tuttavia il PD è di fronte ad una battuta d’arresto non indifferente, pur rimanendo ancora di gran lunga il primo partito nazionale.

Movimento 5 stelle: anche il partito di Grillo perde molto, sia in termini di voti assoluti sia di percentuali. Dopo il boom delle Politiche 2013, continua dunque il calo già manifestatosi con le Europee 2014. Oggettivamente, è difficile comprendere il motivo delle dichiarazioni di vittoria ostentate dai grillini nelle ore successive al voto. Oltre a non aver vinto in alcuna regione, il M5S ha perso molti consensi, a vantaggio di altri partiti: è ancora – come sottolineato da Roberto D’Alimonte sul Sole 24 ore – il secondo partito nazionale, ma rischia sempre più di apparireirrilevante, continuando a rifiutare alleanze e responsabilità di governo anche dove (come in Puglia) gli vengono offerte.

Lega Nord: è l’unico vero vincitore di queste elezioni. Non a caso ora Matteo Salvini fa la voce grossa, invocando primarie e la leadership del centrodestra. Oltre alla vittoria di larga misura in Veneto (Zaia è il neo-presidente più votato di queste elezioni, nonostante la scissione di Tosi), la Lega guadagna consensi in tutte le regioni, sia rispetto al 2014 sia rispetto al 2013, e soprattutto è sempre davanti a Forza Italia: emblematico il caso della Liguria, dove pur avendo contribuito ad eleggere un presidente di FI (Toti), la Lega è nettamente il primo partito della coalizione di maggioranza, con il 20% contro il 12,6% dell’alleato.

Forza Italia: il partito di Berlusconi tiene bene. O almeno resta al di sopra del 10%, individuata come la soglia minima di sopravvivenza per il partito. Ma le cose non vanno bene: oltre alla scissione in Puglia (oggi Fitto annuncia gruppi autonomi in Parlamento), gli azzurri devono subire l’onta di vedersi ormai stabilmente superati dalla Lega in tutte le regioni e di vedere i propri consensi calare perfino rispetto al minimo storico del 2014. Complessivamente il centrodestra esce rafforzato da queste elezioni, ma il merito non è di Forza Italia, che peraltro elegge il suo unico governatore con la percentuale più bassa tra tutti i neo-presidenti di questa tornata.

Fratelli d’Italia-AN, AP-NCD, UDC: i partiti minori di centrodestra rischiavano di subire un brutto colpo in una competizione dove, oltre alla dinamica bipolare impiantata sul voto ai candidati presidenti (e alle loro liste, ossia i partiti maggiori), subivano anche la concorrenza di molte liste civiche. Ma sono riusciti a tirar fuori percentuali piuttosto dignitose, ricorrendo al voto di identità (nel caso di FDI-AN) o alle possibilità offerte dal voto di preferenza, schierando candidati in grado di raccogliere molti voti sui territori. Singolarmente, sono tutti ben al di sopra del 3% (soglia di sbarramento prevista dall’Italicum), e sarà interessante vedere se UDC e NCD proseguiranno verso la strada dell’unificazione per fare da contrappeso moderato al ruolo crescente della Lega nel centrodestra.

SEL e sinistra: nelle sue varie formazioni (con il nome SEL, richiami alla lista Tsipras o in veste di lista “alternativa” come quella di Pastorino in Liguria), le formazioni a sinistra del PD non riescono ad approfittare del calo di consensi al partito di Matteo Renzi. Si ripropone, anche in questa tornata elettorale, una dinamica tipica delle formazioni di sinistra: esse sembrano incapaci di intercettare il malcontento degli elettori di centrosinistra delusi dal principale partito dell’area progressista, che scelgono piuttosto di astenersi o di esprimere un voto di protesta (al M5S oppure annullando la scheda). Il bicchiere poteva essere comunque mezzo pieno se Pastorino in Liguria avesse superato il 10%, risultando così decisivo per una sconfitta, magari di misur, della Paita: così non è stato, nonostante l’appoggio di big nazionali come Civati, Vendola e Cofferati. Anche da queste parti, quindi, c’è tanto da lavorare, financo per garantirsi una presenza nel prossimo Parlamento.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...