Il declino del partito personale

Prima gli scandali della Lega di Bossi, poi quelli di Di Pietro: in mezzo, la costante crisi del PDL di Berlusconi: è finita l’epoca dei partiti carismatici?

In un fortunato saggio uscito diversi anni fa, intitolato “Il partito personale”, il politologo Mauro Calise analizzava la nuova tipologia di partito che si era affermata in Italia. La Prima repubblica era stata dominata dai partiti di massa (DC e PCI): la sua crisi apriva la strada a nuovi partiti più leggeri e dichiaratamente post-ideologici, ma soprattutto ispirati a una leadership talmente forte da esserne il principale elemento caratterizzante. Prototipo per eccellenza di questa fattispecie politica era senza dubbio “Forza Italia”: ideata, creata e presieduta da Silvio Berlusconi, leader carismatico per eccellenza. Forza Italia (e poi il PDL) è stato il primo partito della storia repubblicana a conseguire un numero consistente di voti senza mai rendere contendibile la sua leadership: non solo quella nazionale, ma anche quelle locali. I congressi, quando ci sono, diventano pura kermesse. Ma per tutto il corso della Seconda repubblica il partito personale si afferma come il modello più imitato, anche in quei soggetti nati come movimenti spontanei, o dalle ceneri di partiti “vecchio stampo”. Si “personalizza” la Lega Nord, che si identifica con il suo leader Umberto Bossi, ancor più dopo l’ictus che colpisce il Senatùr nel 2004 e dona alla sua figura un che di tragicamente epico. Alleanza Nazionale, erede del fu MSI, diventa a tutti gli effetti “il partito di Fini”, e lo stesso sarà FLI, sfortunata creatura finiana nata solo due anni dopo la confluenza “forzosa” di AN nel PdL. Persino l’UDC, nata come federazione dei piccoli partiti ispirati alla vecchia DC (o meglio alla sua ala più conservatrice) si identifica sempre più con Casini. Ma il partito personale non è una prerogativa del centrodestra. Nel 2000 Antonio Di Pietro, già ministro nel primo governo Prodi, fonda “l’Italia dei Valori”, che dal 2008 diventa l’unico partito di centrosinistra, oltre al PD, rappresentato in Parlamento. Nel 2009 nasce “Sinistra Ecologia Libertà”, di cui diviene presidente e “portavoce” Nichi Vendola, governatore della Puglia. Ma un po’ ovunque (destra, sinistra, centro) sono nati movimenti o partiti, spesso minuscoli, che semplicemente non esisterebbero senza il loro leader e fondatore: e questo vale anche per il Movimento 5 Stelle di Grillo. Ma questo modello ha cominciato a mostrare i suoi limiti. Prima con gli scandali che hanno travolto la Lega – o meglio, Bossi e la sua cerchia più ristretta, “the family”: il partito ha visto crollare i suoi consensi, e ne ha approfittato Maroni per scalzare il vecchio gruppo dirigente e ripartire con una Lega rinnovata (almeno nei proclami). Nel frattempo, ha cominciato a scricchiolare seriamente quella che sembrava la più intoccabile delle leadership: quella di Berlusconi. L’ex premier ha tentennato per mesi, incerto se ritirarsi o ricandidarsi, se sciogliere il PdL o rifondarlo da capo. Nel tentativo di imitare le primarie del PD (che hanno fatto schizzare in alto i consensi per il partito di Bersani & co), il PdL ha lanciato delle proprie consultazioni, a cui si sono via via iscritti (e poi magari ritiratisi) oltre 15 candidati: più che una competizione, una balcanizzazione formalizzata. E poi, sorpresa: i guai sono arrivati anche in casa Di Pietro. Da mesi c’era malcontento nell’IDV per la linea politica quantomeno ondivaga imposta dall’ex pm: contro il governo Monti, critiche a Napolitano e ammiccamenti al movimento di Beppe Grillo i giorni dispari; pronti ad allearsi con il PD e Vendola quelli pari. Ma i dissensi sono esplosi dopo una burrascosa puntata di Report, il programma di inchieste di Rai 3: nei filmati si vedeva un Di Pietro imbarazzato (e imbarazzante) di fronte ai documenti che attestavano l’assoluta mancanza di trasparenza nella gestione dei fondi pubblici finiti nelle casse di IDV in tutti questi anni. Niente di “penalmente rilevante”: ma molto di politicamente insostenibile, per un partito che per anni si era fatto portabandiera della legalità e della trasparenza. Ora, come l’asino di Buridano che proprio Di Pietro ama citare, l’IDV rischia di morire d’inedia, a metà del guado tra l’alleanza irrecuperabile con il PD e quella irrealizzabile con Beppe Grillo, mentre alcuni dei suoi membri più importanti (il capogruppo alla Camera, Donadi, il senatore e prof Pancho Pardi) lo hanno abbandonato per recuperare il progetto dell’alternativa di centrosinistra.

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