Il conflitto tra Colle e magistrati

Il conflitto di attribuzione sollevato da Napolitano contro la Procura di Palermo rischia di inasprire la crisi di legittimità di cui soffrono le istituzioni italiane

Di norma l’estate politica in Italia è povera di avvenimenti. L’anno scorso fu un’eccezione, quando si trattò di assistere – per la prima volta – alla crescita incontrollata dello spread BTP-Bund (fino ad allora pressoché sconosciuto) ed alle disperate contromosse dell’agonizzante duo governativo Berlusconi-Tremonti, impegnato a sfornare proposte di manovre correttive diverse e contraddittorie ogni settimana. Fu quello il prologo dell’uscita di scena del Cavaliere di Arcore dall’incarico di Presidente del Consiglio, e il fulmineo passaggio di consegne con cui di tale incarico fu investito Mario Monti: il tutto con la regia impeccabile del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ma proprio quest’ultimo è tra i protagonisti di una seria vicenda che si è sviluppata questa estate, che ha assunto i connotati di uno scontro tra organi dello Stato e rischia di produrre una grave crisi istituzionale.

I fatti si possono far risalire allo scorso giugno. Il contesto è quello delle indagini condotte dalla Procura di Palermo nell’ambito dell’inchiesta sulle trattative tra Cosa Nostra e pezzi dello Stato e della politica nel periodo 1992-93. Nel corso di tali indagini, era stato ascoltato come testimone Nicola Mancino, all’epoca dei fatti ministro degli Interni, in seguito Presidente del Senato e poi ancora vicepresidente del Consiglio Superiore della magistratura. La sua versione dei fatti, secondo gli inquirenti, è risultata in contrasto con altre: i magistrati hanno quindi indagato Mancino per falsa testimonianza, e intercettato il suo telefono. Nel mese di giugno alcuni giornali hanno pubblicato la notizia (e in seguito i testi delle intercettazioni) che Mancino aveva contattato telefonicamente il consigliere giuridico del Presidente Napolitano, Loris D’Ambrosio, facendo pressioni affinché si intervenisse in qualche modo sulla Procura di Palermo che voleva mettere Mancino a confronto con altri testimoni nell’ambito delle indagini di cui si è parlato. Dalle intercettazioni emergeva che D’Ambrosio sosteneva di aver riferito al Presidente di tali richieste e che in qualche modo Napolitano sarebbe intervenuto. La notizia ha spinto molti a chiedersi a che titolo un comune cittadino (quale era Nicola Mancino al momento dei fatti) potesse chiedere – e a quanto sembra, ottenere – delle attenzioni particolari dal Capo dello Stato in relazione ad un’indagine in cui risultava coinvolto. Ne è nata una campagna di stampa dai toni talvolta eccessivi, che si è ancor più avvelenata quando lo stesso Loris D’Ambrosio è venuto a mancare per un attacco cardiaco. Comprensibilmente scosso dalla tragedia che ha colpito un suo stretto e stimato collaboratore, Napolitano si è spinto addirittura ad accusare per l’accaduto i media che avevano trattato la vicenda in cui D’Ambrosio era stato coinvolto.

In seguito si è appreso che tra le telefonate intercettate di Mancino ve n’erano anche alcune tra lui e lo stesso Napolitano; telefonate che gli inquirenti avevano ritenuto prive di rilevanza, e che attendevano di essere distrutte, come da prassi, previo colloquio tra le parti interessate e i loro rappresentanti legali. Ma a questo punto il Presidente Napolitano ha emesso un durissimo comunicato con cui si accusava la Procura di ledere, mediante quelle intercettazioni, le prerogative del Capo dello Stato; e ha poi sollevato un conflitto di attribuzione presso la Corte Costituzionale, sostenendo che l’illegittimità di quelle intercettazioni dovesse comportare un distruzione immediata, senza aspettare l’udienza che la prassi legislativa avrebbe richiesto.

Il conflitto di attribuzione si ha quando un organo dello Stato ritiene che un altro organo dello Stato abbia invaso la sua sfera di competenza, cioè le funzioni che la Costituzione gli attribuisce. Sarà la Corte Costituzionale a stabilire se e come questo è avvenuto – e quindi se quelle intercettazioni erano legittime oppure no. Nel frattempo la stampa e la politica si sono divise sul tema: i partiti a sostegno del governo hanno espresso la loro solidarietà al Presidente della Repubblica, e lo stesso Monti (pur non facendo riferimento esplicito alla vicenda) ha parlato di “abusi” nell’uso delle intercettazioni; con Napolitano si è schierata, più o meno esplicitamente, anche la grande maggioranza della carta stampata, con la prevedibile eccezione del “Fatto Quotidiano”. Singolare la situazione in seno al giornale “la Repubblica”, nel cui recente passato si ritrovano strenue battaglie a difesa dell’utilizzo – e della diffusione a mezzo stampa – delle intercettazioni, anche non penalmente rilevanti, in cui figuravano coinvolti rappresentanti di politica e istituzioni: dopo aver ospitato le opinioni discordanti di giuristi e commentatori, il quotidiano è stato teatro di un lungo dibattito tra il suo fondatore Eugenio Scalfari (a difesa di Napolitano) e l’ex presidente della Consulta, Gustavo Zagrebelski, storico columnist di “Repubblica” (a sostegno dei magistrati palermitani).

Al momento la soluzione di questo conflitto non sembra vicina: la Corte potrebbe esprimersi tra molti mesi, perfino dopo la scadenza del mandato di Napolitano (che conluderà il suo settennato presidenziale nel 2013). Ma in ogni caso si tratterà di una situazione senza vincitori: i due “contendenti” rappresentano due istituzioni al cui operato sono espressamente attribuite garanzia e imparzialità, e sono tra le pochissime in cui gli italiani conservano ancora una certa fiducia in questi tempi di pesantissima crisi di legittimità del nostro sistema politico e istituzionale. Una sentenza favorevole all’una o all’altra parte, lungi dall’essere letta come la soluzione di un banale dilemma giuridico, suonerà come un pesante colpo alla credibilità dell’una o dell’altra istituzione; la stessa Corte Costituzionale – organo di garanzia supremo – ne risulterebbe in qualche modo colpita, vista la ferocia con cui il dibattito pubblico si è sviluppato intorno alle ragioni (o dei torti) delle due parti. Possiamo solo sperare che, quando giungerà questa sentenza, il clima nel nostro Paese avrà ritrovato una maggiore fiducia e serenità.

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