L’anno della democrazia araba

Le trasformazioni (anche violente) causate dalla primavera araba sono maturate quest’anno in libere elezioni, le prime della storia

Se il biennio 2010-2011 è stato segnato dalle rivolte nella quasi totalità dei paesi arabi (tanto che gli storici del nostro tempo hanno coniato il nome di “primavera araba” per descrivere una pluralità di situazioni), negli ultimi 12 mesi si è avuto “l’anno delle elezioni”: in alcuni paesi nei quali le rivolte avevano causato un crollo del precedente regime politico, non si erano mai tenute libere elezioni a suffragio universale.

La cosiddetta “primavera araba” ha interessato i principali paesi nordafricani che si affacciano sul Mediterraneo. A volte, l’intensità degli scontri e il rischio di uccisione di massa di civili da parte delle autorità governative, hanno richiesto un intervento militare straniero (come accaduto in Libia). Altre volte, le proteste non sono quasi mai degenerate in scontri violenti e il cambio di regime è avvenuto in maniera relativamente pacifica. Il dato principale, e dal punto di vista storico piuttosto notevole, è che il tutto è avvenuto quasi contemporaneamente in una pluralità di paesi, certo tutti appartenenti a quello che dal punto di vista geopolitico di definisce “mondo arabo”, ma spesso con una storia, una cultura ed un sistema istituzionale profondamente diversi tra loro.

I casi più interessanti, perché mostrano tendenze simili ma anche differenze importanti, ci sembrano quelli della Tunisia, del Marocco, dell’Egitto e della Libia.

La Tunisia è stata, in un certo senso, l’apripista della primavera araba: le proteste contro il regime dittatoriale di Ben Ali erano iniziate già nel dicembre 2010, e ad inizio 2011 la rivoluzione portò all’esilio del dittatore (rifugiatosi in Arabia Saudita) e alla convocazione di elezioni democratiche per la designazione di un’assemblea costituente. Le elezioni si tennero il 23 ottobre e videro (sorprendendo non poco gli osservatori occidentali) la vittoria del partito islamico moderato “Ennhada”, primo con il 37%., mentre nessun altro partito % (laici, liberali o socialdemocratici) raggiunse il 10%. Oltre la metà degli aventi diritto si recò alle urne, e la vittoria degli islamisti di Ennhada fu dovuta in gran parte al voto della popolazione rurale nel sud del paese, che poco si era vista durante la rivoluzione.

In Marocco la dinamica non fu troppo diversa. A differenze che in Tunisia (e in altri paesi arabi) non c’erano state rivolte, né manifestazioni violente: le proteste di piazza “costrinsero” il re, Mohammed IV, a varare alcune riforme con cui trasferiva diversi poteri da sé stesso al governo, il cui primo ministro sarebbe stato da lui nominato sulla base del risultato delle elezioni. Elezioni che non costituivano una novità nel paese, ma che erano sempre state piuttosto “di facciata”, dal momento che il potere della monarchia era predominante. Le prime elezioni “vere” si tennero quindi il 25 novembre 2011, e videro la vittoria del partito moderato islamista “Giustizia e sviluppo”. In verità la prima coalizione per numero di seggi risultò il gruppo di partiti “Coalizione per la democrazia”, fatta di liberali e fedeli al re: ma si fermarono al 40% dei seggi. “Giustizia e sviluppo” quindi formò un governo alleandosi con la coalizione nazional-popolare con tendenze socialiste “Koutla”. Alcuni osservatori hanno colto un parallelo storico tra questa alleanza e l’asse tra Dc e forze laiche di sinistra nella Prima repubblica italiana.

L’Egitto ha un’importanza particolare: il paese più popoloso tra quelli coinvolti nelle rivolte, e di gran lunga il più importante sul piano internazionale. Le enormi proteste di piazza, con i manifestanti che trovavano un insolito alleato nell’esercito, sono state riprese (anche via web con Twitter) da tutti i media del mondo. Alla fine il dittatore Hosni Mubarak è stato costretto a lasciare il potere, e in seguito processato e condannato all’ergastolo. Le elezioni si sono tenute in più turni, l’ultimo dei quali il 10 gennaio 2012. Questa volta le aspettative degli osservatori internazionali erano tutte rivolte verso i rappresentanti laici, o al più sui partiti più “movimentisti” durante la rivoluzione. La temuta vittoria dei Fratelli musulmani, invece, si è alla fine trasformata in un vero trionfo: meno di 150 seggi su quasi 500 totali sono andati a partiti non islamisti. In seguito, in vista delle elezioni presidenziali, si è andati verso una dialettica sempre più aspra tra l’establishment militare e le forze rivoluzionarie, moderate ed estremiste, laiche ed islamiche. Al primo turno delle presidenziali, ben cinque candidati hanno ottenuto più del 10% dei voti, ma i candidati più “in vista”, perché più popolari tra i giovani studenti rivoluzionari o per il loro ruolo istituzionale, sono stati esclusi: al ballottaggio si sono sfidati Morsy (esponente “eretico” dei Fratelli musulmani) e Shafik, ex ministro di Mubarak, appoggiato dai militari; la vittoria finale è andata a Morsy con il 51,7% dei voti, ed ora il nuovo presidente avrà il suo bel daffare per guidare un paese molto diviso e psicologicamente in uno stato post guerra civile.

Infine, si è votato anche in Libia, dove la rivoluzione è stata molto più sanguinosa che altrove, con decine di migliaia di morti negli scontri tra l’esercito fedele a Gheddafi e l’esercito ribelle della Cirenaica: rivoluzione conclusasi con la cattura e l’uccisione dello stesso Gheddafi, non prima che le forze militari di alcuni paesi occidentali (prima fra tutti la Francia, ma anche l’Italia ha avuto il suo ruolo) avessero sostenuto la fazione dei ribelli. Le elezioni si sono tenute solo il mese scorso, ed hanno visto la vittoria di una coalizione di partiti e organizzazioni liberali e nazionaliste, la “Alleanza delle forze nazionali”. Sconfitti invece i Fratelli musulmani, che correvano come partito “Giustizia e ricostruzione”. Il popolo libico ha scelto in massa per uscire dalla guerra civile, ancora molto viva nella memoria, e per ricostruirsi un futuro, senza scegliere in base all’identità politica.

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