La riforma elettorale di “ABC”

La “bozza Violante” è un punto di partenza per archiviare il “Porcellum”: ma ha suscitato più polemiche che entusiasmi

Facendo seguito alle tante dichiarazioni di intenti, i partiti della “strana maggioranza” che sostiene il governo Monti (PDL – Terzo Polo – PD) sono passati dalle parole ai fatti in tema di riforma elettorale. Tutti d’accordo nel criticare la legge vigente, compresi coloro che la votarono a colpi di maggioranza 6 anni fa. Molte invece le differenze su quali ne siano i principali difetti e di conseguenza quali le soluzioni da adottare.

È accaduto però che le vicende contingenti della politica abbiano aperto uno spiraglio verso la ricerca di un compromesso. Quello che molti avevano previsto, infatti, si è puntualmente realizzato: col passare del tempo si è allargata la frattura che separava il PDL dalla Lega, da un lato, e il PD dall’Italia dei Valori, dall’altro.  Ciò ha indebolito le posizioni di chi sosteneva che, pur dovendosi riscrivere la legge elettorale, dovesse rimanere un impianto rigidamente bipolare, basato sulle coalizioni pre-elettorali. Ecco quindi che, dopo varii incontri, sono state elaborate alcune “linee guida” per una riforma possibile, subito ribattezzate dalla stampa “la bozza Violante”.

Cosa dice la “bozza Violante”? Primo: viene eliminato il collegamento fra le liste prima delle elezioni; quindi non è più possibile formare coalizioni pre-elettorali, e il voto ad un partito non si estende anche ai suoi alleati. Secondo: si stabilisce un’unica soglia di sbarramento, piuttosto alta (4-5%), ma si prevede anche una piccola quota di seggi spettanti ai partiti che non superano tale soglia (c.d. “diritto di tribuna”). Terzo: si vota su due schede, come si è fatto dal 1994 al 2001; con la prima scheda si vota un candidato per ciascun partito, quindi in collegi uninominali; con la seconda scheda si vota un partito, che presenta una lista bloccata (cioè senza esprimere preferenze) come oggi, ma molto più corta perché le circoscrizioni vengono molto ridotte. Quarto: la ripartizione totale dei seggi è proporzionale, ma metà dei parlamentari è composta dai vincitori dei collegi uninominali; inoltre si prevede un piccolo “premio di maggioranza” consistente in una quota di seggi aggiuntivi da assegnare al primo partito più votato, oppure ai primi due.

Le argomentazioni dei critici alla “bozza Violante” da parte dei “difensori del bipolarismo” sono così riassumibili: i cittadini devono scegliere la coalizione che governerà; eliminare le coalizioni pre-elettorali porterebbe a governi la cui composizione viene stabilita in Parlamento dai partiti dopo le elezioni, causando instabilità e giochi di palazzo come nella Prima Repubblica; la riforma non restituisce ai cittadini la scelta dei parlamentari, principale difetto del “Porcellum”.

Partiamo dalla prima obiezione: è opinione diffusa in Italia, a destra come a sinistra, che i cittadini abbiano il diritto di conoscere, prima delle elezioni, non solo il nome del Presidente del Consiglio, ma anche il perimetro della coalizione di partiti che dovrà sostenerne il Governo; che estendere il voto dato ad un partito all’intera compagine di altri partiti di cui si compone la sua coalizione sia un diritto inalienabile (nessuno sembra preoccuparsi del diritto ad esprimere, col proprio voto, una preferenza per un dato partito, il suo programma e il suo leader, e non ad altri). Ma questa argomentazione all’estero è del tutto sconosciuta: nei paesi dove vige un sistema parlamentare, come quello italiano, si vota sempre solo per un partito; magari anche sulla base di dichiarazioni che quest’ultimo ha fatto in tema di alleanze con altri partiti; ma solo dopo le elezioni, se nessun partito ha ottenuto la maggioranza dei seggi, si formano alleanze tra più partiti, fermo restando che il capo del governo è sempre il leader del partito di maggioranza relativa. E questo può accadere, ed è infatti accaduto due anni fa, persino in un paese dove vige un sistema puramente maggioritario, il Regno Unito. Anche in Italia, né con il maggioritario né con il “Porcellum”, si è riusciti ad impedire che alleanze “di ferro” prima delle elezioni diventassero “di burro” a legislatura in corso.

Quanto alla paventata instabilità, va detto che nella Prima Repubblica i governi si costituivano obbligatoriamente attorno alla Democrazia Cristiana a causa del famoso “fattore K”, ossia l’impossibilità del PCI di andare al governo; e l’instabilità dei governi era dovuta al fatto che non esisteva una soglia di sbarramento alta, né un meccanismo di premialità ai partiti maggiori, il che garantiva anche ai partiti più piccoli un potere di ricatto notevole. Ma basta guardarsi indietro per vedere come durante la Seconda Repubblica i governi siano durati mediamente meno di due anni ciascuno: non esattamente un successone di cui andar fieri.

Infine, è vero che la “bozza Violante” non prevede un meccanismo diretto di scelta per la totalità dei parlamentari: rimarrebbe una quota (il 50%) di eletti in liste bloccate; ma la ridotta lunghezza di queste ultime, magari abbinata al divieto di candidature in più circoscrizioni, dovrebbe garantire un controllo sugli eletti molto maggiore rispetto a quello che consentono oggi i listoni del “Porcellum”.

Molte restano comunque le criticità della bozza: ad esempio, non si capisce perché non si sia previsto di votare per semplicità su una sola scheda, ed estendere il voto dato al candidato nel collegio uninominale alla lista proporzionale collegata; né si capisce il senso di un “diritto di tribuna” che di fatto aggira la soglia di sbarramento “ufficiale”; ancora, si potrebbe eliminare il “premio” di seggi ulteriori al partito (o ai partiti) di maggioranza relativa e prevedere un sistema di assegnazione dei seggi di tipo spagnolo che li favorisca comunque rispetto ai partiti minori. L’importante però è che il percorso per una riforma elettorale, meglio se condivisa, sia stato avviato, e che si possa discuterne senza farsi distrarre da argomenti strumentali e senza fondamento.

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