Amministrative 2012: il primo test dell’era Monti

Le elezioni di maggio riguarderanno oltre mille comuni grandi e piccoli e costituiranno un primo, importante test per i partiti dopo l’insediamento del governo dei tecnici

Anche il 2012 ha le sue elezioni: il 6 e 7 maggio andranno a votare oltre 9 milioni di elettori per rinnovare le amministrazioni di oltre mille comuni di tutte le regioni d’Italia. Di questi, ben 28 sono capoluoghi di Provincia, di cui 4 sono anche capoluoghi di regione (come si vede dalla tabella). A rinnovare la composizione dei propri organi, oltre a quelle amministrazioni regolarmente elette nelle elezioni di cinque anni fa, saranno anche molti comuni in amministrazione straordinaria o commissariata. Per contro, non si voterà per il rinnovo delle amministrazioni provinciali elette nel 2007 (tra cui quella di Genova), per effetto delle disposizioni del governo Monti sulla natura dell’istituzione Provincia.

Ma la natura di queste elezioni, come sempre accade in Italia, non si limita all’ambito amministrativo. Si tratta infatti delle prime elezioni ad essere celebrate da quando il quadro politico e istituzionale dell’Italia è stato stravolto dalla caduta del governo Berlusconi e l’insediamento del governo Monti, sostenuto dalle principali forze politiche di tutti gli schieramenti (il centrodestra con il PDL, il centrosinistra col PD, il terzo polo nella sua interezza). Dall’esito di queste elezioni, dunque, è lecito attendersi un’interpretazione che vada al di là dei fattori locali – che comunque avranno di certo il loro peso – e che sia vista come un giudizio degli elettori sulle scelte tenute dai partiti sul piano nazionale. Così come è chiaro che queste elezioni costituiranno un test estremamente indicativo sulla validità delle scelte strategiche.

Tanto per essere chiari, tutti occhi saranno puntati sulle alleanze e sui loro effetti: per la prima volta dopo più di 10 anni il centrodestra va incontro ad una tornata elettorale senza che ci sia un’alleanza tra Berlusconi e Bossi. La Lega ha già deciso da tempo, infatti, di lasciare da solo il PDL per “punire” Berlusconi di aver appoggiato il governo Monti. Gli effetti di questa decisione (come ha sottolineato il politologo D’Alimonte sul Sole 24 Ore) potrebbero essere devastanti per il centrodestra nei comuni del Nord in cui si vota. Tutti i sondaggi ormai concordano da mesi sul fatto che i consensi al centrodestra siano crollati dopo le amministrative e i referendum dello scorso anno, ormai le elezioni in cui l’alleanza PDL-Lega raggiungeva sempre percentuali ben superiori al 40-45% dei voti sono solo un lontano ricordo. A ciò si aggiunga che nelle sole regioni del Nord il consenso della Lega è decisivo per rendere competitivo il centrodestra. Il PDL, che non potrà nemmeno contare sull’appoggio dell’UDC – che quasi ovunque si presenterà con un candidato autonomo del terzo polo – è talmente in crisi che a marzo alcuni dirigenti avevano addirittura proposto di non presentare liste con il simbolo del partito (visto ormai come un handicap), e presentare soltanto liste civiche. La proposta è stata poi bocciata, ma è servita a tradire la consapevolezza che in questa tornata le cose per il PDL andranno veramente male.

Tutto facile dunque, per il centrosinistra? Nemmeno per sogno. Per il PD e i suoi alleati le cose si sono complicate già all’indomani delle primarie per la scelta dei candidati sindaci. Due casi eclatanti su tutti, se non altro perché riguardano due delle città capoluogo più popolose ed importanti: quelli di Genova e Palermo. Nel primo caso, la scelta di mettere in discussione l’impopolare sindaca uscente Marta Vincenzi (PD) ma senza il coraggio di andare fino in fondo, consentendole di partecipare alle primarie ma affiancandole un’altra candidata del PD (la deputata Pinotti) ha spalancato le porte della vittoria a Marco Doria, candidato indipendente sostenuto da SEL e da movimenti civici tra cui quello di Don Gallo. Doria non ha perso tempo a recriminare sulle scelte passate del partito o ad alambiccarsi sull’alleanza o meno con l’UDC, e ha vinto con oltre il 40% dei voti. Diversa la situazione a Palermo: in questo caso il PD sosteneva (in un modo o nell’altro) ben 3 candidati su 4. Il PD nazionale si era accordato con IDV e SEL per sostenere l’europarlamentare democratica Rita Borsellino, gli esponenti democratici locali sostenevano invece l’ex consigliere IDV Ferrandelli, mentre i “renziani” hanno candidato il giovane Davide Faraone. Il risultato è che tutti e tre hanno ottenuto percentuali molto alte, ma Ferrandelli ha prevalso sulla Borsellino per una manciata di voti. Entrambi hanno ottenuto il 33% dei voti, e i sostenitori della Borsellino hanno subito denunciato brogli e chiesto riconteggi. Se il PD ha riconosciuto (alcuni di loro a malincuore) il diritto di Ferrandelli di essere il candidato sindaco ufficiale, SEL e IDV non sembrano affatto intenzionate ad arrendersi e il rischio è che la Borsellino si candidi ugualmente (prospettando uno scenario simile a quello visto a Napoli).

Fibrillazioni provenienti dalle primarie a parte, il centrosinistra non sembra aver troppo da temere dall’esito delle elezioni di maggio: a meno di grosse sorprese sul piano nazionale – e a meno di variabili nelle varie realtà locali difficili da prevedere – saranno molti i comuni in cui il colore della giunte cambierà, e nella maggioranza di questi si tratterà di uno spostamento da destra verso sinistra.

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