Grecia e Italia, convergenze e differenze

I due Paesi “commissariati” da governi “tecnici” dal novembre 2011 presentano molte analogie, ma ciò non significa affatto che il loro destino sia comune

Quante volte abbiamo sentito dire dai soliti noti (politici, giornalisti, opinionisti a vario titolo) che “l’Italia non è la Grecia”? Parecchie. Di solito l’affermazione viene fatta per rassicurare i cittadini-spettatori che il rischio di fallimento per il nostro Paese non sussiste (a differenza di “quegli altri”), oppure per ribadire con fermezza che le misure di austerity studiate per rimettere in carreggiata i nostri conti pubblici siano eccessive. Certamente se l’Italia avesse avuto gli stessi identici problemi della Grecia (la cui economia è circa dieci volte più piccola) l’Europa sarebbe probabilmente già collassata: troppo più grande il debito pubblico dei greci rispetto al nostro, troppo peggiori i loro dati su crescita, produzione, esportazioni, occupazione; per non parlare del famoso spread. Ciò non toglie che la situazione tra i due Paesi sia molto simile.

In entrambi i casi, la crisi ha avuto una genesi comune. Una classe politica estremamente corrotta, inefficace e di conseguenza impopolare; una spesa pubblica fuori controllo, oltre il 50 per cento del PIL, e un debito pubblico ben sopra il 100 per cento; annunci di riforme e di aggiustamenti puntualmente disattesi o ritrattati. Alla fine la situazione si è fatta insostenibile, e il governo in carica si è dimesso: ciò è accaduto negli stessi giorni sia in Italia a Berlusconi sia in Grecia, dove il governo del socialista George Papandreou era in carica sin dalle elezioni nel 2009, vinte con un’ampia maggioranza. Altro parallelo: a guidare i nuovi esecutivi, subentrati a quelli “politici” che avevano portato all’emergenza, sono stati due economisti di grande competenza e prestigio: Mario Monti in Italia e Lucas Papademos in Grecia. Ma chi è Papademos? Il suo curriculum è di tutto rispetto: laureato in fisica negli USA presso il MIT, poi un dottorato in economia, vice-governatore e poi governatore della Banca centrale greca dal 1994 al 2002 e poi vice-presidente della BCE fino al 2010; inoltre, ha insegnato economia negli USA e poi all’Università di Atene. Come Monti, dunque, Papademos si presentava come l’uomo giusto per gestire la difficilissima situazione del suo Paese: competenze economiche, esperienza internazionale, spessore culturale. E come il governo Monti anche il governo Papademos è stato appoggiato sia dal maggior partito di centrosinistra (il PASOK), sia dal maggior partito di centrodestra (Nea Dimokratia, ND). Papademos ha messo in cantiere una serie di misure (per certi versi molto più severe di quelle adottate in Italia dal suo omologo bocconiano) che hanno scatenato violente proteste da parte di una popolazione sempre più stremata, prima dalla crisi economica ed ora dalle misure restrittive del governo.

Fin qui le analogie, rese ancora più evidenti dalla sostanziale concomitanza con cui si sono presentati i fatti nei due Paesi. Ci sono però anche alcune differenze che meritano di essere riportate: in primo luogo, a differenza che in Italia, Papademos ha accettato che del suo governo facessero parte anche esponenti dei partiti politici che lo appoggiano. Non un esecutivo meramente “tecnico” come quello di Monti, dunque, ma un governo “ecumenico”, come lo definiscono i greci stessi. Se ciò ha garantito un sostegno parlamentare al governo, ne ha certamente minato la credibilità e l’apprezzamento da parte dei cittadini: non è certamente un caso se Monti gode della fiducia di 6 italiani su 10 e l’insieme dei partiti che sostengono il suo governo registra delle intenzioni di voto superiori al 60%, mentre in Grecia tale percentuale oscilla poco sopra il 40 – e soprattutto si sono verificate contestazioni enormemente più diffuse e a tratti violente.

Altra differenza fondamentale: in Italia nessuno ha posto una scadenza al governo Monti (come pure qualcuno chiedeva), e si andrà probabilmente ad elezioni solo alla scadenza naturale della legislatura, nel 2013. In Grecia invece si è stabilito di votare per il rinnovo del Parlamento subito, tra poco più di un mese. Ciò ha in qualche modo vanificato il fatto di aver inserito esponenti politici nel governo greco, perché i partiti si sentono de-responsabilizzati in vista delle elezioni a breve termine. Tale sensazione è evidente dalle stesse dichiarazioni del leader di ND – che pure sostiene Papademos e che secondo i sondaggi galleggia poco sotto il 30% – il quale ebbe a dire in sostanza “votiamo queste misure drastiche, tanto quando saremo al governo tra pochi mesi rimetteremo tutto in discussione”, causando un putiferio a livello internazionale che lo costrinse ad una frettolosa (e probabilmente poco sincera) retromarcia. Siamo anni luce lontani dalla cautela con cui la politica italiana commenta e dibatte sulle misure allo studio del governo Monti. Il paradosso è che, nonostante la legge elettorale greca preveda un premio di maggioranza al partito più votato (quasi certamente ND), le previsioni più attendibili disegnano uno scenario in cui nessun partito ha la maggioranza; i partiti estremisti otterranno un numero consistente di seggi, e si renderà necessario un periodo di negoziazione per trovare un difficile accordo sulla coalizione di governo: insomma, si perderà molto tempo prezioso, cosa che la Grecia non sembra in grado di potersi permettere. A confronto, coloro che in Italia temono lo spauracchio dell’ingovernabilità, magari per motivare la loro contrarietà ad una riforma elettorale, somigliano a coloro che per paura d’incendiare la propria casa si astengono dall’accendere i fornelli per cucinare.

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