Il futuro prossimo dei partiti è nella riforma elettorale

La bocciatura dei referendum rimescola le carte nelle strategie dei partiti in tema di riforme elettorali ed alleanze

Con la bocciatura dei quesiti referendari da parte della Corte costituzionale, per la politica italiana si chiudono alcune prospettive e se ne riaprono altre. Tramonta l’ipotesi di tenere un nuovo referendum (dopo quello – fallito – del 2009) per cambiare la legge elettorale; e con essa tramontano i timori che qualcuno potesse far precipitare le cose per andare ad elezioni nel 2012, rinviando il referendum di un anno e godendo dei vantaggi del “porcellum” ancora una volta. Ma tramonta anche la possibilità di scegliere tra due sole opzioni: il vecchio “mattarellum” o niente. Perché se referendum doveva essere, quella crescente massa di cittadini che non sopportano più l’attuale legge elettorale si sarebbe sentita in dovere di votare per ripristinare quella precedente, il “mattarellum” appunto: che tutto era, meno che una legge chiara e ben fatta – per quanto preferibile al “porcellum”. E così, tra un richiamo implicito della Corte costituzionale ed un auspicio ben più pressante ed esplicito del Capo dello Stato (condiviso dal Presidente del Consiglio Monti), il tema della riforma elettorale torna in auge, e poche sono le forze politiche che non ritengano  – per necessità, convenienza o convinzione – che sia necessario superare il “porcellum”.

Chiariamo un punto fondamentale ai nostri lettori: la bocciatura dei quesiti da parte della Consulta non ha niente di scandaloso né di “politico”. Nonostante le tesi sostenute dal comitato promotore, e rilanciate con crescente convinzione da giuristi anche illustri, da soggetti politici e organi di stampa “amici”, sin dal principio era parso chiaro che puntare sull’abrogazione totale del “porcellum” per far valere il principio della “reviviscenza” della legge precedente era, per usare un eufemismo, un audace azzardo. Non a caso, entrambi i quesiti sono stati bocciati a larga maggioranza, e ciò si verifica quando sulla questione c’è ben poco da interpretare (il cosiddetto “lodo Alfano”, tanto per fare un paragone, fu dichiarato incostituzionale con 9 voti contro 6).

Ora dunque torna d’attualità il tema della riforma elettorale (un must che si ripete ormai con cadenza regolare). Le posizioni dei vari partiti si sono delineate nei mesi scorsi, e probabilmente evolveranno in quelli prossimi: comunque sia, è quasi unanime l’intenzione (almeno a parole) di restituire agli elettori la scelta dei propri rappresentanti; che ciò debba avvenire con il sistema dei collegi uninominali – ipotesi che va per la maggiore – o con quello delle preferenze, sembra secondario. Più controverso è il sistema di attribuzione dei seggi: se molti si dichiarano a favore del maggioritario per “difendere il bipolarismo” (con ciò rivelando una scarsa conoscenza della scienza politica di base), altri premono per il ritorno ad un sistema più proporzionale. Il PD è l’unico partito ad avere da tempo assunto ufficialmente una propria bozza di riforma: un sistema misto che assegni il 70% dei seggi con il sistema maggioritario a doppio turno (come nel sistema francese), e il restante 30% con il proporzionale. Una sorta di “mattarellum rinforzato”, senza la doppia scheda e senza coalizioni determinate prima del voto. Il PDL propone invece di modificare il “porcellum” (modificando il premio di maggioranza al Senato per evitare pericoli di maggioranze diverse nelle due Camere) o al massimo di introdurre un sistema simile a quello spagnolo: proporzionale con circoscrizioni molto piccole, che preserva il formato bipolare premiando i due partiti maggiori. IDV e SEL (quest’ultima al momento fuori dal Parlamento) premono per un maggioritario di coalizione per “costringere” il PD a scegliere con chi allearsi prima del voto. Nel Terzo Polo invece è l’UDC a premere da anni per un sistema proporzionale ispirato al modello tedesco, con un’alta soglia di sbarramento (5%) e metà dei parlamentari eletti in collegi uninominali – un’ipotesi che ha un discreto consenso anche dentro il PD. Più dinamica è la situazione della Lega: dai leghisti non è mai venuto un attacco diretto alla “legge porcata” (così chiamata proprio dal suo estensore leghista, Roberto Calderoli). Ma le evoluzioni delle scorse settimane, e soprattutto di quelle a venire, porteranno il partito di Bossi e Maroni a dover scegliere da che parte stare quando la questione sarà discussa in Parlamento. Se lo strappo con il PDL diventerà definitivo, il vincolo di coalizione previsto dal “porcellum” perderà di significato e la strada verso un proporzionale senza premio di maggioranza si farà in discesa; viceversa, il ricomporsi della frattura vedrà il centrodestra compatto nel difendere a oltranza un sistema che preveda un meccanismo di coalizione e un impianto maggioritario.

Ma torniamo a concentrarci su ciò che bolle in pentola in casa PD. Perché, oltre a sussistere la divisione – sottaciuta, ma sempre viva e vegeta – tra “maggioritaristi” (come Rosy Bindi e Arturo Parisi) e “proporzionalisti” (tra cui Massimo D’Alema ed Enrico Letta), c’è una questione emergente grossa come una casa con cui i dirigenti democratici dovranno fare i conti nel prossimo futuro: e cioè le crescenti pressioni della base affinché i candidati del PD siano scelti tramite le primarie. La proposta è nell’aria in realtà già da qualche anno, da quando cioè il “porcellum” si è affermato presso l’opinione pubblica di centrosinistra come il male assoluto e sono fiorite proposte per correggerne i mille difetti. Ma da qualche tempo, grazie anche al dibattito sorto durante la campagna per la raccolta delle firme per i referendum, questa soluzione in particolare si è affermata come una possibilità concreta. In un’editoriale di prima pagina, il direttore di “Repubblica” Ezio Mauro ne ha parlato come di un “apriscatole del sistema”. Pochi giorni dopo, nel corso dell’assemblea nazionale del PD di fine gennaio, il segretario Pierluigi Bersani ha “posto la fiducia” sul suo impegno ad organizzare tali primarie nel caso si rivelasse impossibile riformare la legge elettorale in Parlamento, obiettivo primario dei democratici. In tal modo è stata ritirata la mozione che chiedeva alla dirigenza di redarre un regolamento in materia, in modo da non trovarsi impreparati e non sentirsi dire per l’ennesima volta che “non c’è tempo”. Nessuno sembra però porsi il seguente problema: se si riformasse la legge elettorale e si tornasse – ad esempio – ai collegi uninominali, come dovrebbero essere scelti i candidati del PD nei singoli collegi? Se la risposta dei dirigenti sarà di chiudersi nell’autoreferenzialità di scelte strategiche come questa, sarà un brutto segnale per i democratici italiani.

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