Il caso Cosentino fa tremare il PDL

L’arresto del deputato e coordinatore regionale del PDL potrebbe aprire nuovi scenari nella politica nazionale e locale

Il destino di Nicola Cosentino – detto “Nick ‘o ‘mmericano” – è appeso ad un filo. Dopo il rinvio del voto da parte della Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, presto sarà anche l’Aula di Montecitorio a doversi esprimere sulla richiesta d’arresto (la seconda in tre anni) piovuta sul deputato PDL – nonché coordinatore del partito di Silvio Berlusconi in Campania.

Vediamo i fatti. La prima richiesta di arresto nei confronti di Nicola Cosentino partì nel novembre 2009 dal Tribunale di Napoli. L’accusa era quella di concorso esterno in associazione camorristica. In quel contesto politico, la Giunta per le autorizzazioni della Camera bocciò la richiesta, che poi – nemmeno un mese dopo – la Cassazione ritenne assolutamente legittima e fondata. Nel settembre 2010 la Camera salvò nuovamente Cosentino, bocciando la richiesta di utilizzo delle intercettazioni telefoniche a suo carico. Il 7 dicembre 2011 infine il Tribunale di Napoli emette una nuova richiesta di arresto: le accuse sono ancora una volta gravissime, e riguardano il presunto ruolo di Cosentino di “referente politico” del clan camorristico dei Casalesi. Ma stavolta il quadro politico, che in precedenza ha già salvato “Nick ‘o ‘mmericano”, è completamente cambiato.

L’esito della votazione dell’Aula, soprattutto alla luce del voto in Giunta (o nonostante quest’ultimo, a seconda di come andrà), non è affatto scontato. Da un lato, infatti, con il definitivo distacco della Lega dal PDL, si è venuta a creare una maggioranza “virtuale” potenzialmente fatale per Cosentino: i soli voti del PDL ormai contano infatti poco più di un terzo del totale. Già in occasione dell’arresto di Alfonso Papa (altro parlamentare campano pidiellino), quando pure la Lega faceva ancora parte della maggioranza a sostegno del governo Berlusconi, i leghisti votarono a favore dell’arresto, dando così un segnale della sempre maggiore insofferenza trasmessa loro dalla base, profondamente delusa dopo anni di condiscendenza nei confronti degli esponenti del PDL nei guai con la giustizia. A maggior ragione adesso non si vede perché la Lega dovrebbe fare un passo indietro rispetto all’atteggiamento recentemente assunto di opposizione dura e pura. A complicare ulteriormente le cose, c’è la semplice constatazione che i nemici di Nicola Cosentino abbondano nello stesso PDL; e se la Camera dovesse votare a scrutinio segreto, la sua sorte sarebbe quasi certamente segnata.

Dall’altro lato però c’è un’incognita che, se non controbilancia le considerazioni appena fatte, certamente le attenua. Ed è costituita dalla possibilità che molti parlamentari (e sono tanti, in quella vasta “zona grigia” di onorevoli che sempre più spesso si mettono in luce per la loro inconsistenza umana e politica) si rifiutino di mettere definitivamente la parola “fine” ad un periodo quasi ventennale in cui i parlamentari italiani (non importa in quale scandalo giudiziario – grande o piccolo – fossero finiti) venivano sistematicamente protetti da arresti, perquisizioni e utilizzo di intercettazioni. Il voto segreto potrebbe far emergere quanti di costoro non vedono di buon occhio la fine di questo ancien régime all’italiana. A corredo di queste considerazioni, non si può dimenticare che la necessità di sostenere il lavoro del governo tecnico di Mario Monti, e quindi di tenere insieme forze che fino all’altroieri si davano quotidiana battaglia, potrebbe indurre a rigettare qualunque possibile causa di contrasto con il PDL che rischierebbe di “avvelenare il clima”, come si suol dire. Un ragionamento di questo genere calzerebbe a pennello con la concezione del termine “responsabilità” che Pierferdinando Casini da sempre professa: lo stesso Casini che, va ricordato, a suo tempo dichiarò di mettere “non una, ma due mani sul fuoco” sull’innocenza di Totò Cuffaro. Che attualmente sconta una condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.

Ma il caso Cosentino non ha solo risvolti sul piano politico nazionale. E non potrebbe essere altrimenti, visto il suo ruolo di coordinatore regionale del PDL Campania. Per dare un’idea del potere effettivo che Nicola Cosentino ha nella nostra regione, bisogna intanto ricordare che il suo nome era in pole position per la candidatura a presidente della Regione per il centrodestra: e fu solo grazie allo scandalo, sollevato da stampa e opposizione, seguito alla richiesta di arresto del novembre 2009 (le regionali si sarebbero tenute nel marzo 2010) che il PDL fu “costretto” a puntare invece su Stefano Caldoro, inattaccabile quantomeno sul piano giudiziario-morale. Contro lo stesso Caldoro, poi, una successiva indagine della Procura di Roma rivelò come si fossero riversate in quel periodo una serie di iniziative diffamatorie da parte della cosiddetta “nuova P2” aventi lo scopo di eliminare il diretto concorrente di Cosentino (che pure faceva parte della “banda”) dall’ambìto ruolo di candidato alla presidenza della Regione*. Ad ogni modo, vinte le elezioni, il centrodestra non si è certo riunito compatto sotto la leadership di Caldoro: anzi, come ben sa chi segue regolarmente il nostro giornale, in seno al Consiglio (e alla Giunta) regionale, il PDL è diviso in più correnti, la più forte ed influente delle quali è proprio quella che fa capo a Nicola Cosentino.

Ancora. Il presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro, risulta anch’egli al centro di indagini giudiziarie più o meno intrecciate a quelle di Cosentino, a cui è politicamente legato a doppio filo. E sono in pochi a non vedere in queste indagini il motivo per cui Cesaro (nonostante sia da due anni e mezzo al vertice della provincia più densamente popolata e martoriata dal problema dei rifiuti) non ha mai rinunciato al seggio da deputato – e alla relativa immunità – “conquistato” nel 2008. Appare dunque del tutto evidente come l’arresto di Cosentino comporterebbe un terremoto negli equilibri del PDL locale: dopotutto stiamo parlando del partito che guida l’alleanza politica al governo della Regione e delle province di Napoli, Salerno, Caserta e Avellino.

A questo punto, è opportuno ricordare come “funziona” il PDL a livello nazionale e locale: lungi dall’essere un partito di massa orientato sulla base e sui territori, con degli iscritti e dei militanti regolarmente attivi, il PDL si è configurato fin dalla sua nascita come un partito estremamente verticistico. Il modello piramidale, che ha visto in Silvio Berlusconi il suo vertice indiscusso sul piano nazionale, poggia su una pluralità di modelli altrettanto piramidali a livello locale: ciascuna Regione ha il suo “dominus”, nominato direttamente dai vertici nazionali del partito e, data la totale assenza di strutture democratiche e di confronto per gli stessi dirigenti locali, sostanzialmente irremovibile. Ciò fa sì che, venendo a mancare in modo “traumatico” il vertice, l’intera struttura rischia il disfacimento, o addirittura l’atomizzazione. È per l’appunto ciò che si prospetta in Campania se Nicola Cosentino dovesse essere arrestato e condannato per i gravissimi reati che gli vengono contestati.

* è notizia di questi ultimi giorni che la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio a carico di Cosentino per i fatti emersi in quell’indagine.

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