Focus: elezioni legislative russe

(Articolo per The Fielder)

Può un’elezione che consegna la maggioranza assoluta in Parlamento ad un singolo partito essere considerata da quello stesso partito solo una mezza vittoria? Sembra inverosimile, ma può: è successo in Russia, alle elezioni legislative di domenica scorsa.

I fatti: “Russia Unita”, il partito di Putin e Medvedev (rispettivamente premier e presidente della Russia), ha vinto le elezioni con il 49,5% dei voti. Potrà contare su una maggioranza parlamentare di 238 seggi su 450 alla Duma (il Parlamento russo), 12 più della maggioranza assoluta. Nettamente sconfitte le forze che in questi anni si sono opposte al duo Putin-Medvedev: i comunisti festeggiano per un 19% che gli vale 90 seggi, “Russia Giusta” avanza al 13% (64 seggi) e persino i liberal-democratici guadagnano tre punti portandosi all’11,7%. Ma il dato politico è che “Russia Unita” ha perso quasi 15 punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni (2007) e soprattutto non ha più in seno alla Duma la maggioranza dei 2/3 necessaria per cambiare la Costituzione.

Poco male: “A quanto emerge dai risultati, pare che Russia Unita sia riuscita ad entrare in Parlamento”, ha dichiarato ironico Dimitri Medvedev alla stampa. La battuta non è casuale, e si riferisce alle polemiche sul sistema elettorale in vigore in Russia: oltre ai criteri draconiani richiesti ai partiti per potersi presentare alle elezioni, vige dal 2005 una soglia di sbarramento del 7% (in precedenza era del 5%). Ciò ha determinato negli ultimi 10 anni il dimezzamento dei partiti rappresentati in Parlamento. Ma soprattutto la campagna elettorale – così come le stesse procedure di voto – si è svolta in maniera tutt’altro che trasparente, con la sola “Russia Unita” presente sui manifesti elettorali e in televisione, e gli operatori internazionali ostacolati nel loro lavoro di verifica della correttezza del voto.

La sensazione è che, se non vi fosse stata questa “distorsione” evidente delle regole più elementari del gioco democratico, “Russia Unita” avrebbe perso anche la semplice maggioranza assoluta. Certo, non potremo mai averne la controprova: ma è un fatto che soltanto pochi giorni fa si era registrato un caso eclatante, ossia i fischi del pubblico di una manifestazione sportiva al presidente Putin. Sembra assurdo, a noi che viviamo in un Paese tutto sommato democratico, ma in Russia non era mai accaduto all’ “amico Vladimir” di essere fischiato pubblicamente. E che il clima stia cambiando lo dimostra anche il successo che su YouTube hanno riscosso dei video di satira, quando non di denuncia esplicita, del sistema corrotto su cui Putin e Medvedev fondano il loro potere da oltre dieci anni.

Ma il fatto è che “Russia Unita” non ha nemmeno più bisogno di modificare la Costituzione: nella passata legislatura lo ha già fatto, introducendo quella modifica che a Putin interessava davvero, e che gli consentirà di candidarsi di nuovo alle elezioni presidenziali che si terranno nella primavera del 2012. Si è reso così evidente quello che molti avevano previsto nel 2008, quando Putin, avendo concluso il secondo mandato consecutivo, “mandò avanti” il delfino Medvedev, nell’attesa che la Duma, in cui “Russia Unita” aveva sin dal 2007 la maggioranza costituzionale, riformasse la Costituzione per consentirgli di ricandidarsi per altri due mandati. A meno di grossi sconvolgimenti, dunque, Putin stravincerà (di nuovo) le presidenziali del 2012, e rischia di rivincere anche quelle del 2016, ritirandosi infine – ma chi può dirlo? – soltanto nel 2020, quando avrà 68 anni, di cui 20 trascorsi come “nuovo zar” della Russia.

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