I nostri sì al governo Monti

Basta con i populisti: ecco perché abbiamo fiducia nel nuovo esecutivo

I giorni che hanno preceduto la formazione del governo Monti sono stati densi delle più svariate riflessioni. Il tema principale intorno a cui si sono versati fiumi d’inchiostro è stato sostanzialmente il trattarsi di un esecutivo “tecnico”. E ciò per il fatto di avere una genesi non partitica e non post-elettorale, come peraltro si conviene ad un esecutivo insediatosi in una situazione di gravissima emergenza economica a seguito di una crisi di governo.

Molte (troppe) di queste riflessioni partivano dalla insanabile dicotomia “politica-tecnica”, la contrapposizione tra un sistema democratico ed uno tecnocratico. E, dovendosi difendere a tutti i costi la democrazia come migliore dei sistemi possibili, se ne ricavava che il governo “tecnico” di Mario Monti fosse tutto sommato un male, anche se necessario.

Si tratta di un primo equivoco che è bene chiarire subito. Nella sua accezione più alta, il termine “politica” designa tutto ciò che riguarda la partecipazione alla cosa pubblica. Ora, tutto si può dire di Mario Monti e dei membri del suo governo, men che si tratti di persone che con la vita pubblica non hanno mai avuto a che vedere. Sorvolando sui plurimi e prestigiosi incarichi istituzionali ricoperti in passato neo presidente del Consiglio, è difficile non cogliere la presenza della politica nei curriculum del ministro degli Interni (prefetto), del ministro degli Esteri (diplomatico), del sottosegretario alla presidenza (antitrust), dei tanti ministri con una prestigiosa esperienza accademica nel campo della giurisprudenza e dell’economia, perfino del neo ministro Passera, ex banchiere: si può mai pensare che le banche, che gestiscono i risparmi di milioni di cittadini, siano avulse dal sistema politico?

Ciò che in realtà viene inteso per “politico” dal dibattito pubblico di cui si è detto, trova una corrispondenza ben più sensata con un altro termine: “partitico”. Se infatti non vi è alcun dubbio che i partiti siano strumenti necessari per il buon funzionamento della democrazia rappresentativa per come la conosciamo, non è affatto detto che debbano essere gli unici: e di conseguenza non è affatto obbligatorio che un membro del Governo debba appartenere ad un partito politico. Sebbene lo si dimentichi spesso, alcuni fra i migliori ministri dei governi della Seconda Repubblica non erano affatto iscritti a partiti, ma erano in tutto e per tutto dei “tecnici”: basti qui ricordare i nomi di Carlo Azeglio Ciampi e Tommaso Padoa-Schioppa.

Il secondo equivoco si accompagna al primo e vi si intreccia. E riguarda la pretesa che il governo Monti non sia un governo democratico in quanto “non eletto” dal popolo sovrano. Si tratta di un equivoco scientemente propagandato da una parte dell’opinione pubblica riconducibile alla destra berlusconiana. Cominciamo col dire che nel mondo i governi sono eletti direttamente “dal popolo” soltanto nei sistemi presidenziali, come accade ad esempio negli USA. Ma l’Italia è, fin dal 1948, una Repubblica parlamentare: il popolo è ugualmente sovrano, ma esercita la sua sovranità nelle forme previste dalla Costituzione (articolo 1 della Carta): e queste ci dicono che i cittadini italiani eleggono un Parlamento a cui è delegata la sovranità in quanto luogo della rappresentanza del popolo italiano. Identico concetto è riscontrabile in democrazie come Germania, Gran Bretagna e Spagna (in Francia invece il Presidente è eletto dal popolo come negli USA).

Il caso italiano di questi tempi è così riassumibile: un governo, nominato dal Capo dello Stato nel 2008 all’indomani di elezioni politiche (che consegnarono al centrodestra un’ampia maggioranza parlamentare) ha visto via via sgretolarsi e infine perdere la maggioranza alla Camera dei Deputati; a quel punto lo stesso Presidente della Repubblica, avvalendosi dei poteri che la Costituzione gli riconosce, ha incaricato il professor Monti di formare il nuovo governo; e i componenti del Parlamento, in larghissima maggioranza, hanno annunciato che a questo governo avrebbero dato la loro fiducia – come poi hanno regolarmente fatto. Dove si trovi in tutto ciò lo “scandalo”, l’“attentato alla democrazia” o il “golpe” denunciato da troppi osservatori, spesso a torto sopravvalutati, non è dato sapere. Non può certo bastare (e ci mancherebbe) l’aver inserito nella legge elettorale un codicillo con cui si impone alle forze politiche di indicare il nome del presidente del Consiglio per trasferire al corpo elettorale un potere che la nostra Carta fondamentale assegna specificatamente al Presidente della Repubblica.

Qualcuno ha anche avanzato il dubbio che l’esecutivo Monti sia inadeguato per l’età media dei suoi componenti (63 anni). Certamente non avremo a che fare con ministri da copertina, scelti per il loro bell’aspetto: ma intanto questo è il primo governo della storia repubblicana ad aver incontrato, in sede di consultazione, i rappresentanti del Forum dei Giovani. Inoltre, nelle dichiarazioni di Monti, al Senato e poi alla Camera, si trovano importanti riferimenti alla questione generazionale, sia per quanto riguarda il mondo del lavoro e il tema previdenziale (entrambi oggi fortemente penalizzanti per chi sia nato dopo il 1970), sia con riferimento alla questione femminile, che porta con sé il problema della bassa natalità, in un paese dove l’età media è sempre più alta e i giovani si sono dimezzati dal 1985. Sembra chiaro che l’approccio del nuovo governo sia quello di chi è consapevole che il riscatto di un Paese passa dalle pari opportunità sia per i giovani che per le donne di contribuire alla crescita e allo sviluppo.

In conclusione, il governo Monti non solo promette bene, ma è pienamente legittimato a governare, fintantoché la maggioranza del Parlamento gli darà la fiducia ed approverà i suoi atti. La riflessione che piuttosto dovrebbe farsi è un’altra: come cioè sia possibile che i partiti, soggetti che per primi dovrebbero concorrere alla formazione di una classe dirigente in grado di governare in maniera oculata e credibile abbiano così clamorosamente fallito la loro missione; in particolare i partiti di centrodestra, proponendo il modello plebiscitario dell’uomo solo al comando e sprecando il capitale iniziale di una maggioranza parlamentare che non aveva precedenti nella storia repubblicana, hanno dimostrato una inadeguatezza totale, tanto più grave se si considerano l’entità e la complessità dei problemi che l’Italia avrebbe dovuto affrontare con serietà negli ultimi dieci anni.

Ideato e scritto insieme con l’amico Lorenzo Crea

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