Giovani emigranti

Chi sono i giovani italiani che emigrano e perché scelgono di cambiare Paese

Se si guarda alla storia dell’Italia, si nota che dei 150 anni trascorsi dalla sua unificazione oltre due terzi hanno visto il nostro Paese come una riserva continua di emigrazione. Stati Uniti e America latina prima, Germania, Francia e Inghilterra poi: fino agli anni Sessanta immense quantità di popolazione scelsero queste ed altre destinazioni allo scopo di trovare lavoro e guadagnarsi quel tanto che bastava per sopravvivere e per contribuire economicamente al sostegno della propria famiglia in patria. Il fenomeno in Italia ha assunto connotati particolari, in virtù del fatto che l’emigrazione colpiva in misura molto maggiore le regioni del Mezzogiorno, i cui emigranti spesso sceglievano come destinazione le più industrializzate regioni del Nord.

Quindi un’emigrazione sia interna che esterna in massicce quantità, per decenni. Poi, nel 1975, la svolta: quell’anno furono per la prima volta più numerosi gli italiani rimpatriati di quelli emigrati. La tendenza si era invertita, e si consolidò ulteriormente per tutti gli anni Ottanta e Novanta: diventato ormai stabilmente uno dei paesi più benestanti del mondo (nonostante tutto) l’emigrazione divenne un fenomeno marginale, mentre il fenomeno opposto, quello dell’immigrazione, iniziò ad essere sempre più diffuso, riconosciuto e financo temuto.

Così, mentre la politica discuteva sempre più di come affrontatre la “questione immigrazione”, niente veniva fatto per quelli che sarebbero diventati (ai giorni nostri) due dei maggiori problemi cui l’Italia deve far fronte: il divario Nord/Sud e il conflitto generazionale. Se il primo è un problema pressoché costante dall’Unità ad oggi, il secondo affonda le radici proprio in quei decenni (tra il 1970 e i primi anni Novanta) in cui l’emigrazione cessava di essere un fenomeno di massa: erano anni di crescita economica che sembrava inarrestabile, ma che presto si scoprì essere “drogata” dall’aumento smisurato del debito pubblico, generato da politiche clientelari, corruzione e una spesa pubblica fuori controllo. Una classe dirigente a dir poco avida e miope creò le condizioni perché si determinasse una netta spaccatura tra la generazione che salì al potere in quegli anni e tutti coloro che vennero dopo. Quello che è venuto dopo è stato un paese immobile, il cui tasso di crescita e innovazione è rimasto praticamente al palo da allora, in cui milioni e milioni di nuove giovani coppie non hanno potuto permettersi più di un figlio ciascuna, e molte di esse non hanno mai potuto permettersi di comprare una casa per sé. In sostanza, un paese sempre più vecchio.

Questo lungo intermezzo ci permette di capire il perché, o almeno quali ne sono i presupposti, di una successiva assenza quasi totale di politiche per la formazione: da quella scolastica, a quella universitaria, per non parlare dei processi di inserimento nel mondo del lavoro. L’ultimo contratto nazionale dei commercianti, siglato da poco – e in cui sostanzialmente si stabilisce che più sei giovane e più sarai penalizzato in termini di retribuzione e garanzie – ne è un beffardo quanto attuale esempio.

Tutto ciò ha determinato la ricomparsa di quel fenomeno che si credeva destinato a restare marginale ed ininfluente: l’emigrazione. Ma questa “nuova emigrazione” ha qualcosa di diverso dalla prima. Mentre per tutto l’Ottocento e per buona parte del Novecento i giovani italiani che andavano all’estero per cercare lavoro erano quelli meno scolarizzati, oggi è l’esatto contrario: ben 25 emigranti su 100 sono giovani laureati che hanno investito anni ed anni nella loro formazione. In un paese normale, dove, nonostante le mille carenze del sistema formativo, lo Stato spende tanti soldi per formare i propri giovani, è paradossale che così tanti si sentano costretti ad emigrare per vedere messe a frutto le loro competenze.

L’ultimo rapporto del Censis sugli italiani nel mondo ha rilevato che il 50% giovani tra i 25 e i 34 anni andrebbe volentieri all’estero; un numero sempre maggiore di anno in anno va a studiare all’estero o partecipa ad iniziative temporanee (come l’Erasmus), e tra questi la percentuale di coloro che decideranno di cercare lavoro fori dall’Italia è più alta.

Perché così tanti giovani scolarizzati fuggono dal proprio Paese? E perché non si fa nulla per trattenerli? Le risposte sono sempre quelle: l’Italia è vista come un paese bloccato, troppo corrotto e in cui la meritocrazia è ben lontana dall’affermarsi. Se solo i più disonesti, o quelli che hanno i giusti “agganci” vanno avanti, cosa resta a chi vuole dare un senso ad anni di studi e di impegno? Non si tratta di un problema da poco, è invece una delle chiavi, forse quella decisiva, per restituire una prospettiva di futuro ad un paese sempre più vecchio e sempre meno competitivo. Certamente l’attuale governo ha dimostrato di avere tutt’altre priorità che non questa. Ma il prossimo governo, quale che sia, deve assolutamente affrontare la questione e studiare un modo per ri-attrarre tutte quelle giovani energie competenti che spesso, oltre ad esserci sottratte, fanno la fortuna di paesi concorrenti del nostro.

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