Il “passiglium” alla prova

Delle questioni puramente giuridiche sollevate dal referendum sulla legge elettorale proposto recentemente da Passigli (ed altri) ha già ben scritto Francesca Petrini su questo sito. Il rischio che i quesiti possano produrre una legge elettorale “zoppa”, e che per questo motivo vengano invalidati dalla Corte, esiste ed è concreto. Ciò nonostante, come ogni iniziativa referendaria, la proposta Passigli ha comunque già avuto effetti politici importanti, se è vero che nel Pd si è già sviluppato un animato dibattito interno, che ha visto alcuni esponenti storici elaborare una loro contro-proposta referendaria per tornare invece alla legge Mattarella (cd “Mattarellum”). E questo perché quella parte del mondo politico di fede “maggioritarista” teme un ritorno al proporzionalismo se il referendum Passigli dovesse avere successo.

Per comprendere se questi timori sono fondati, non c’è niente di meglio di una “prova su strada” dei quesiti referendari (così come facemmo due anni fa in occasione del referendum Segni-Guzzetta): vediamo cioè quale Parlamento avrebbe prodotto una legge elettorale come quella proposta da Passigli in base ai risultati delle elezioni politiche dal 1994 ad oggi.

Premessa necessaria: come tutti sanno, l’esito elettorale è fortemente condizionato dal formato con cui si presentano le varie forze politiche, il quale a sua volta dipende dalla legge elettorale in vigore: una legge maggioritaria con compensazione proporzionale (come il Mattarellum) spingeva le forze politiche a presentarsi in forme differenti da quanto accade oggi con una legge proporzionale con premio di maggioranza (il Porcellum). Possiamo solo immaginare come avrebbero scelto di presentarsi i partiti se il “Passiglium” fosse stato in vigore sin dal ’94, ma non possiamo da ciò far discendere dei risultati elettorali diversi da quelli effettivi: pur sapendo di difettare di realismo, quindi, i calcoli sono stati effettuati sulla base dei dati ufficiali.

Ricordiamo brevemente come funziona il “Passiglium”: alla Camera accedono al riparto dei seggi tutte le liste che superano il 4% su base nazionale; la circoscrizione è unica e il metodo è quello proporzionale dei resti più alti. Al Senato invece le circoscrizioni sono regionali, e in ciascuna regione i candidati si presentano in collegi uninominali, anche se i seggi (tanto più numerosi quanto più popolosa è la regione) vengono assegnati proporzionalmente con il metodo D’Hondt, che tende a sovrastimare i partiti maggiori penalizzando quelli medio-piccoli, similmente a come avviene oggi per l’elezione dei consigli provinciali – anche se lì esiste anche un premio di maggioranza.

1994

La Camera dei Deputati avrebbe visto una maggioranza di centrodestra (An-Fi-Lega) di 318 seggi su 630, a fronte di un risultato complessivo delle liste di poco superiore al 42%. Lo sbarramento del 4% avrebbe dunque consentito lo stesso il formarsi di una maggioranza. Solo quattro partiti di opposizione avrebbero ottenuto seggi (Rifondazione-Pds-Patto Segni-PPI).

Al Senato invece la coalizione berlusconiana nelle sue varie forme avrebbe ottenuto solo 130 seggi, rendendo necessario un difficile accordo con i moderati del Patto per l’Italia, anche se non sarebbe stato da escludere un appoggio delle liste minori. La legislatura avrebbe comunque risentito parecchio di questa situazione in cui la coalizione che ha la maggioranza alla Camera si trova in netta minoranza al Senato.

 

1996

La maggior competitività delle liste di centrodestra nella quota proporzionale avrebbe consentito a Berlusconi di vincere ancora, battendo la coalizione di Prodi per 285 seggi contro 277. L’ago della bilancia comunque sarebbe stata la Lega, a meno che i centristi di una parte non fossero trasmigrati “in blocco” dall’altra (determinando comunque una maggioranza fragilissima ed eterogenea).

In Senato il risultato migliore sarebbe stato conseguito dalle liste dell’Ulivo e dei Progressisti, grazie ad oculati accordi di desistenza. Ma non sarebbe bastato ad ottenete una maggioranza, nemmeno inglobando SVP, Radicali (con Sgarbi per di più) e il senatore valdostano. Più chances avrebbe avuto il Polo, ri-alleandosi con la Lega e magari contando sull’appoggio esterno della Fiamma di Rauti e di Pannella a seconda delle occasioni. Anche qui, comunque, si sarebbe avuta una maggioranza estremamente risicata.

 

2001

L’indiscutibile vittoria del centrodestra, trainato dal 29% ottenuto dalla sola Forza Italia nel proporzionale, avrebbe garantito una solida maggioranza di 337 seggi alla coalizione Fi-An, con la Lega e il CCD-CDU rimasti fuori per non aver raggiunto il 4%. A sinistra, seggi solo per Prc, Ds e Margherita.

Senato ancora una volta in bilico, grazie alla maggiore competitività dimostrata dal centrosinistra nei collegi uninominali con il simbolo dell’Ulivo. Ma anche qui il centrodestra avrebbe avuto la possibilità di garantirsi la maggioranza dei seggi (seppur, ancora una volta,risicata ed eterogenea) accordandosi con le leghe “indipendenti” lombardo-venete e con i centristi di Democrazia Europea.

 

2006

L’aver puntato su molte liste sotto il 4% avrebbe penalizzato il centrosinistra ben più del centrodestra: se il risultato effettivo del 2006 vide le due coalizioni coatte sostanzialmente in parità (entrambe poco sotto il 50% dei voti) la Camera dei Deputati avrebbe avuto una chiara maggioranza di centrodestra, poiché tutti e 4 i suoi partiti principali avrebbero superato lo sbarramento e avrebbero potuto contare tutti insieme su ben 346 seggi. La stabilità non sarebbe comunque stata scontata, visto che ciascun partito della coalizione sarebbe stato decisivo per l’ottenimento della maggioranza in sede di votazione parlamentare.

Per la prima volta, vediamo una maggioranza (sempre ipotetica) anche al Senato, per di più coincidente con quella della Camera nel “colore” e nelle proporzioni. La frammentazione sarebbe stata fatale per il centrosinistra, che così avrebbe regalato al centrodestra una maggioranza di 168 seggi, ancor più solida che alla Camera perché non vulnerabile ad un eventuale voto contrario della Lega. Sembra un paradosso, ma le elezioni più “incerte” della storia repubblicana avrebbero determinato, con la legge Passigli, il primo Parlamento stabile della Seconda Repubblica.

2008

Analogo esito avrebbero avuto le elezioni del 2008, vinte con ampio margine dalla coalizione di centrodestra sia nella realtà che nella simulazione: alla Camera la maggioranza Pdl-Lega avrebbe potuto contare su 318 seggi. Meno di quanto ottenuti in realtà (e, se la storia si fosse ripetuta tal quale, con questi numeri il governo sarebbe caduto il 14 dicembre 2010 dopo lo strappo dei finiani), ma pur sempre una solida maggioranza, e senza l’Udc.

Il Senato sarebbe stato sostanzialmente identico alla Camera, se non per la presenza (come nelle altre simulazioni) di liste inferiori al 4% nazionale, grazie ai seggi conquistati nelle regioni più popolose o ad un radicamento territoriale molto forte (Lombardia, Lazio, Sicilia). Maggioranza Pdl-Lega di 161 seggi.

 

La prossima settimana useremo il “Passiglium” per simulare un’elezione basandoci sui valori che i sondaggi misurano in questo periodo. Cercheremo inoltre di capire, sulla base delle simulazioni svolte, quale sia per le singole forze politiche il formato più vantaggioso con cui presentarsi allo scopo di massimizzare i risultati se si dovesse andare al voto con questa legge elettorale.

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