L’Italia che cambia colore

I dati delle elezioni amministrative segnano una decisa inversione di tendenza

Come in molti hanno osservato (se ne parla anche questo mese sul nostro giornale) le elezioni amministrative di questo maggio 2011 hanno segnato un vero e proprio cambio di paradigma. A partire dal giorno successivo ai ballottaggi, questo era evidente leggendo i commenti e le riflessioni di tutti gli osservatori, anche quelli meno imparziali. Per avere un’idea chiara dell’entità del cambiamento, è utile dare uno sguardo ai numeri, ai risultati effettivi di queste elezioni.

Al primo turno, le prime sorprese; come noto, le amministrazioni più importanti chiamate al voto erano i 4 comuni maggiori: Milano, Napoli, Torino, Bologna. I sondaggi davano assoluta incertezza circa i primi due (con centrodestra favorito, anche al primo turno), centrosinistra vincente già al primo turno a Torino e ballottaggio (con centrosinistra in vantaggio): è finita come nessuno si aspettava. A Milano il candidato di centrosinistra Pisapia portava al ballottaggio il sindaco uscente Letizia Moratti con ben 7 punti di vantaggio (48% contro 41,6%). A Napoli il candidato del centrodestra Lettieri non andava oltre il 38,5% e si sarebbe scontrato al ballottaggio non con il candidato del Pd, Morcone (19,2%), ma con l’europarlamentare Luigi De Magistris (27,5%). A Torino Piero Fassino, ex segretario Ds uscito vincitore dalle primarie, stravinceva con il 56,7%. Infine a Bologna, un candidato non irresistibile, Virginio Merola, vinceva anche lui al primo turno per un soffio (50,5%).

Possibile che le 4 maggiori città fossero un caso isolato? Che il centrosinistra fosse stato in fondo fortunato solo in questi comuni? Ebbene, la tendenza risultava confermata in quasi tutti gli altri comuni capoluogo, con pochissime eccezioni. Anche dove vinceva il centrodestra, il centrosinistra faceva registrare sensibili aumenti di consensi ai propri candidati e alle proprie liste. Così il centrosinistra riconfermava le amministrazioni comunali in cui governava, con le eccezioni di Rovigo, Caserta, Catanzaro e Iglesias (4 comuni capoluogo su 20). Emblematico il caso di Cagliari, una città con una tradizione quasi ventennale molto favorevole al centrodestra, dove il candidato di centrosinistra, il 35enne Massimo Zedda, andava al ballottaggio in posizione di vantaggio sul suo avversario di centrodestra.

Il bilancio del primo turno, favorevole al centrosinistra oltre le aspettative, era destinato ad essere rivisto addirittura al rialzo in sede di ballottaggi. A partire dalle provinciali: il centrosinistra vinceva in 4 delle 6 province dove si andava a ballottaggio (al primo turno era finita 3 a 2 per il centrosinistra), strappando al centrodestra un’altra roccaforte storica come Pavia. Nei comuni capoluogo, poi, se 13 comuni su 17 erano stati vinti dal centrosinistra al primo turno, al ballottaggio finiva 9 a 4. Tra questi, tre i casi eclatanti (per la loro importanza e per l’esito inaspettato): a Milano vinceva Pisapia per 55 a 45 sulla Moratti; a Napoli De Magistris strapazzava Lettieri addirittura per 65 a 35; perfino a Cagliari, dove al primo turno le liste di centrodestra avevano avuto più del 50%, il giovane Zedda si imponeva su Fantola con oltre il 59%. Simbolica, in un certo senso, anche la vittoria a Novara, città natale del governatore del Piemonte, il leghista Cota.

A richiamare maggiormente l’attenzione, per quanto riguarda il voto dato ai partiti (e alle coalizioni) sono i risultati dei 30 comuni capoluogo, che, per peso demografico, oltre che economico e politico, rappresentano un campione significativo del Paese. Cominciamo da Milano, città culla del berlusconismo e del leghismo, e da cui partì quello scandalo chiamato Tangentopoli che seppellì definitivamente la prima Repubblica; qui il primo partito resta il Pdl, ma di pochissimo (in pratica è appaiato col Pd 28,7% a 28,6%), mentre la Lega esce ridimensionata sotto il 10%; nel centrosinistra la sinistra “ex arcobaleno” ottiene a sua volta quasi il 10% dei consensi (unendo SEL, FDS e Verdi); il dato molto basso del Terzo Polo e del Movimento 5 Stelle consolidano il bipolarismo a Milano, ma la novità rispetto al passato è che il centrosinistra è per la prima volta maggioranza. Situazione molto diversa a Napoli, dove il centrosinistra, presentandosi diviso al primo turno, diversificando così l’offerta, ha paradossalmente ottenuto grazie a questo un risultato oltre le aspettative: nonostante la grande impopolarità del centrosinistra (e del Pd in particolare) in città, la somma delle liste a sostegno di Morcone e De Magistris fa quasi il 40%, non troppo lontana dal 43% preso dalle 11 (!) liste di centrodestra che si portava in dote Lettieri; Napoli peraltro è l’unica città dove il Terzo Polo ha ottenuto un consenso significativo, oltre il 10%.

Viene spontaneo parlare di “inversione di tendenza” quando si confrontano i dati di queste elezioni amministrative con le precedenti consultazioni, di qualsiasi tipo; ci sembra opportuno paragonarli in particolare con le elezioni regionali dell’anno scorso, per due ragioni: perchè è passato poco più di un anno da quelle elezioni; e poi per la tipologia dell’elezione: sono entrambe elezioni amministrative, con possibilità di voto disgiunto e presenza (anche forte) di liste civiche. Le regionali 2010 non solo servono al nostro scopo più delle europee 2009 o le politiche 2008; ma anche delle precedenti amministrative, svoltesi 5 anni fa (diverse “ere” politiche fa, quindi).

Guardando il grafico 1, è possibile confrontare il risultato complessivo delle comunali 2011 nei comuni capoluogo con il risultato delle regionali 2010 negli stessi comuni. Il primo dato che risalta è il crollo del Pdl (oltre 9 punti) e la contemporanea (e per certi versi sorprendente) flessione della Lega; il maggiore peso delle liste satellite di centrodestra (+4%) e la presenza di Futuro e Libertà (1,7%) non basta certo a spiegare questo crollo. Nel centrosinistra le cose si presentano più stabili; il lieve calo di Pd e FDS (e quello più consistente di IDV, avvenuto nonostante l’exploit di Napoli) sono più che compensati dalla crescita di SEL (+1,6%) e delle altre liste minori di centrosinistra. Fuori dai due schieramenti principali, le oscillazioni dei partiti di centro, la nascita del FLI e la lieve crescita del M5S non sembrano segnalare scossoni decisivi.

Tutto come prima, dunque? Niente affatto. Per capirlo, basta dare uno sguardo al grafico 2, in cui si confrontano i dati considerando i quattro poli principali a livello nazionale (così come è probabile che si presentassero a delle elezioni politiche domani mattina). In questo caso abbiamo scelto di aggiungere un’altra colonna (di colore giallo), con cui abbiamo rappresentato una proiezione nazionale sulla base dei risultati delle 13 regioni nel 2010 (fonte: elaborazione di Roberto Greco per Termometro Politico).

In questo modo si capisce come i comuni capoluogo (colonna azzurra) con cui abbiamo fatto il paragone 2010-2011 rappresentino un campione che sovrastima leggermente il centrosinistra e il M5S e sottostima leggermente centrodestra e Terzo Polo. Sulla base di questa premessa, e dei dati delle comunali 2011, possiamo “proiettare” per il centrosinistra un potenziale elettorale tra il 43 e il 44% (con trend stabile), per il centrodestra intorno al 40% (con trend negativo), un Terzo Polo tra il 9 e il 10% e un Movimento 5 Stelle intorno al 2% (entrambi con trend positivo). Si può facilmente sospettare che i leader politici nazionali siano ben al corrente di questo scenario (peraltro confermato quasi esattamente dall’ultimissimo sondaggio della EMG), e molto interessante sarà confermare o meno questi sospetti osservando le loro mosse nei mesi a venire.

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