Quei dubbi sul Lettieri imprenditore

Prima ancora che sulle sue capacità come amministratore, sul candidato sindaco di Napoli del centrodestra emergono dubbi sulle sue qualità imprenditoriali tanto decantate

Un giorno capita di aprire un quotidiano (uno a caso, diciamo “il Mattino”) e di trovare, tra le pagine di cronaca politica locale, una lettera a tutta pagina firmata da 22 sedicenti “ex elettori del centrosinistra” che si dichiarano delusi dal PD e per questo motivo – quasi che il passaggio logico fosse ovvio, scontato – dichiarano altresì di vedere nel candidato di centrodestra, l’industriale Gianni Lettieri, un uomo nuovo, “estraneo ai partiti”, “portatore di un nuovo civismo”, insomma l’unico in grado di dare a Napoli una nuova e concreta speranza di rinnovamento. Ora, fingiamo per un attimo di sapere in cosa consista il “nuovo civismo” di cui sarebbe portatore Lettieri, e di esserne entusiasti; fingiamo anche che l’estraneità di Lettieri ai partiti politici sia davvero qualcosa che lo contraddistingue dai suoi principali competitor – e quindi che il prefetto Morcone, o il rettore Pasquino (tanto per citare due nomi a caso), non siano che due politicanti di lunga data. Anche ammettendo tutto ciò, sorge spontaneo porsi una domanda: ma chi è davvero Gianni Lettieri? Come mai l’uomo della provvidenza, che spazzerà via con decisione gli esiti della brutta e cattiva amministrazione (durata 18 anni) delle giunte Bassolino-Iervolino, ce l’avevamo in città da una vita, e non ce n’eravamo resi conto? E manco a dire che si fosse nascosto: Lettieri ricopre da anni la carica di presidente degli industriali partenopei; come ha potuto il centrodestra non accorgersi per così tanto tempo che il portatore del “nuovo civismo” era già qui, pronto per essere lanciato come alternativa alle giunte di centrosinistra, come ha potuto non investire da subito sul suo nome per facilitargli – una volta giunto il momento – l’elezione a Palazzo San Giacomo?

La domanda è meno retorica di quanto sembri. Che Lettieri gravitasse da tempo nell’orbita di centrodestra era, per gli “addetti ai lavori”, cosa nota. Tanto che già un anno e mezzo fa, quando il centrodestra era alla ricerca di un candidato presidente per le elezioni regionali, Lettieri fu intercettato mentre parlava con Arcangelo Martino (ex assessore socialista a Napoli) di una sua possibile candidatura, nel caso Caldoro si fosse tirato indietro all’ultimo momento. E quello con Martino è solo uno di tanti rapporti che legano Lettieri ad un mondo che agisce “dietro le quinte” per favorire gli interessi del centrodestra a livello nazionale e locale, e che è stato ribattezzato, dopo l’apertura di un’inchiesta giudiziaria a riguardo, “la P3”: un Lettieri presidente della Regione era ben visto, pare, dal coordinatore nazionale del PDL Denis Verdini, ma anche da Marcello Dell’Utri, e non mancava il sostegno di Nicola Cosentino, ancora oggi coordinatore del PDL campano nonostante i suoi comprovati legami con ambienti poco raccomandabili. E infatti è stato lo stesso Cosentino a “sponsorizzare” la candidatura di Lettieri a sindaco (come peraltro non mancano di rimarcare tanto Luigi De Magistris quanto Mario Morcone) quando è venuto il momento di sciogliere definitivamente anche questo nodo.

Tutto questo però non deve far pensare ad un Lettieri sempre e comunque “uomo di parte”, schierato senza se e senza da una certa parte politica. Da buon esponente dell’alta borghesia locale, non ha mancato di crearsi una rete di legami “bipartisan” e, all’occorrenza, trasversale agli ambienti prettamente politici (si pensi alla benedizione del cardinale Sepe alla finanziaria di Lettieri, la Meridie). Non è tanto il fatto che a fargli da campaign manager sia un ex politico del centrosinistra (nonché ex assessore regionale con Bassolino) come Claudio Velardi, il quale ormai da tempo risponde a logiche non più legate a particolarismi politici – peraltro giustamente. Ma non è un mistero che i rapporti di Lettieri siano sempre stati buoni anche con lo stesso Bassolino, per anni l’uomo politico di gran lunga più importante a Napoli e in Campania. Voci di corridoio sussurrano che una parte degli ex “bassoliniani” del PD non abbia ben digerito l’esito del pasticcio delle primarie (annullate dopo la vittoria, contestatissima, di Cozzolino), e che si stia mobilitando per facilitare, o almeno non ostacolare più di tanto – il che sarebbe già gravissimo – la corsa dell’industriale e del centrodestra verso la poltrona di Palazzo San Giacomo.

Sono tutte malignità, insinuazioni gratuite prive di fondamento? Possibile, anzi probabile. Quel che è certo è che Lettieri, più che assomigliare all’homo novus capace di redimere la città dai suoi tanti, troppi problemi, ricorda per molti versi il prototipo dell’imprenditore all’italiana, con tanti agganci (rigorosamente bipartisan) nei salotti buoni della politica, incapace di fondare una propria impresa e portarla avanti ma abilissimo a rilevare aziende altrui, a dar loro una “ripulita” e a fregiarsi del loro successo – o, come più spesso accade a Lettieri (e come documenta una recente inchiesta dell’Espresso), di rendersi responsabile del loro definitivo fallimento.

Sembra quindi che una spiegazione all’apparente repentinità con cui Gianni Lettieri è stato messo in campo dal centrodestra non sia tanto legata ad una strategia attendista, né ad una indecisione, fino all’ultimo momento, sul nome da proporre, e né tantomeno a dei dubbi sulla vicinanza di Lettieri al fronte berlusconiano della politica. Se è vero che “a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca”, come recita il ben noto (e, ahinoi, spesso confermato dai fatti) aforisma di Andreotti, se ne potrebbe ben dedurre che un motivo molto semplice per spiegare questo ritardo esiste ed è presto detto: c’era il rischio che mettendo in campo Lettieri qualche mese prima ci sarebbe stato molto più tempo a disposizione per chi avesse voluto – opportunamente incoraggiato – per scoprire vita, opere e miracoli di Gianni Lettieri.

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