Unità d’Italia: 150 anni e non sentirli

Il 150° anniversario: un’occasione per riflettere sulle eterne zavorre del Meridione

Il 17 marzo cade l’anniversario dell’Unità d’Italia. Nel lontano 1861, centocinquant’anni fa, i tanti piccoli stati (piccoli o grandi) si fusero nel Regno d’Italia, con l’unica eccezione dello Stato della Chiesa (che sarebbe stato annesso solo nel 1870). Ma prima che ciò avvenisse, Napoli era la capitale del più vasto dei regni pre-unitari, il Regno delle Due Sicilie. Regnava la dinastia spagnola dei Borbone, legata agli Asburgo austriaci. Molti storici sostenfono, ed è ben possibile, che senza l’aiuto, diretto o indiretto, di potenze europee come Francia e Inghilterra,  difficilmente il Regno di Sardegna avrebbero potuto sottomettere un territorio così grande, nonostante la spedizione dei Mille avesse un largo consenso tra i contadini (e non solo) del Sud. E tuttavia, il Regno borbonico scontava una tale arretratezza di fatto nel campo politico e sociale, che la sua fine fu un esito in qualche modo prevedibile e obbligato. Si pensi solo alle differenze nel periodo precedente all’Unità tra il regno dei Savoia e quello dei Borbone. La “primavera dei popoli” era sfociata, nel 1848, nella concessione di Costituzioni, a cominciare proprio dal Regno di Napoli: ma, mentre in Piemonte lo Statuto albertino fu la base del nuovo assetto costituzionale, sul modello dello stato liberale moderno, nel Regno borbonico il voltafaccia del re Ferdinando II e la successiva repressione del movimento costituzionale condannò il meridione italiano a ignorare la forma e i modi dello stato moderno: rimase vigente il feudalesimo di tipo baronale che la costituzione in vigore dal 1812 sanciva. Napoli e il Sud dovettero quindi attendere che lo stato moderno gli venisse “inculcato con la forza” con l’annessione al nuovo Regno d’Italia, la cui successiva “piemontesizzazione” lasciò non pochi traumi nell’economia e nella società di una parte del Paese già di per sé meno dinamica, a cominciare dal brigantaggio (che si sarebbe poi incancrenito nelle forme più sofisticate della criminalità organizzata come la conosciamo oggi), la sua brutale repressione, la massiccia emigrazione di forza lavoro verso il Nord e verso altri Paesi, il sottosviluppo.

Molto è cambiato, per l’Italia, il Sud e la stessa Campania. Ma le questioni che allora furono lasciate irrisolte (o, peggio, contrastate in maniera sbagliata e controproducente) hanno avuto effetti nefandi per lo sviluppo del Mezzogiorno: da allora esso è condannato al ruolo di palla al piede dello sviluppo nazionale, e col passare del tempo vede i propri problemi e il proprio divario con il resto del Paese accrescersi invece di diminuire. I suoi mali maggiori si chiamano “mafie”, “corruzione” e “malapolitica”, e affondano tutti le radici in quel divario (culturale, prima ancora che economico) mai colmato. Eppure la Storia ci insegna che le cose avrebbero potuto prendere una piega diversa, forse migliore, se non fosse stato per alcuni episodi determinanti: non solo cataclismi naturali (i terremoti di Messina e dell’Irpinia); ma anche stragi e omicidi dal grande valore simbolico, a cominciare da Portella della Ginestra (1947) fino alle vittime “eccellenti” della guerra di mafia contro lo Stato: Mattarella, Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino, e tanti altri ancora. E le periodiche crisi politiche, economiche, ecologiche. Momenti in cui la Storia sembra volerci dire che, anche quando il popolo meridionale avrà ancora una volta trovato il coraggio di alzare la testa, qualcosa o qualcuno è pronto a fare di tutto perché le cose non cambino mai: il Sud continui a restare una provincia periferica in cui nulla funziona come dovrebbe e tutto si fonda su un neo-feudalesimo di provincia che basa il proprio potere su corruzione, clientelismi e intrecci criminali inconfessabili. Ma proprio qui si cela il maggiore degli ostacoli: la convinzione che tutto sia destinato a rimanere immutabile. Il rischio è che questa convinzione si radichi profondamente anche nella coscienza della nostra generazione, mentre è proprio da essa che bisogna far partire la riscossa. Probabilmente i nostri sforzi saranno frustrati, e forse emigreremo o moriremo senza aver visto cambiare le cose. Ma bisogna ad ogni costo provarci, dovessero servire altri 150 anni.

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