Riforme: 18 anni di occasioni mancate

Tra il 1992 e il 1993 si sgretolava definitivamente la Prima Repubblica. Il sistema, fondato sui partiti storici e sulla democrazia “bloccata” che aveva retto per oltre 45 anni, era ormai divenuto ad un tempo marcio e obsoleto; a dare il colpo di grazia non furono solo le inchieste di Tangentopoli e la campagna stragista di Cosa Nostra, avvenute quasi in contemporanea. Fu soprattutto il risultato del referendum dell’aprile ‘93 con cui dal sistema proporzionale si passò al maggioritario a sancire nel modo più incontestabile (e tramite il voto popolare) la fine di un’era. Da allora, poco contava di che colore fosse la maggioranza parlamentare o il governo: a intervalli regolari si tornava sistematicamente a parlare di “fare le riforme”, per completare la transizione, ritenuta – a ragione – incompiuta, verso una Seconda Repubblica degna di questo nome.

Ma cosa si intende esattamente per “riforme”, in questi casi? Si fa riferimento a delle riforme che modifichino l’assetto istituzionale dell’Italia, modificando in sostanza il rapporto tra gli organi dello Stato e il loro funzionamento. Per fare ciò si deve intervenire con leggi di revisione costituzionale (per modificare direttamente alcuni articoli della Costituzione), oppure attraverso leggi ordinarie che vanno ad aggiornare i regolamenti parlamentari, il funzionamento della Giustizia, o il sistema elettorale. È evidente come la modifica di questi settori fondamentali comporti il coinvolgimento di una larga maggioranza politica, perché si vanno a toccare questioni delicate che in alcuni casi fungono da vere e proprie “regole del gioco” nell’ambito della competizione democratica.

Sono quindi passati molti anni da quando la Prima Repubblica è finita, anni in cui come detto si è parlato molto frequentemente di riforme: ma quante ne sono state effettivamente affrontate? Pochine, in verità.

Il primo tentativo serio in questa direzione risale alla Commissione parlamentare per le riforme istituzionali, la cosiddetta “bicamerale”, nel 1997. Presieduta dall’allora segretario del Pds, Massimo D’Alema, la Bicamerale elaborò una bozza di modifiche che prevedevano, tra le altre cose, un sistema elettorale a doppio turno e interventi sul sistema giudiziario con la separazione delle carriere dei magistrati. Meno di un anno dopo però la Bicamerale si arenò e non produsse niente.

Nel 2001 fu invece approvata una riforma che modificava il Titolo V della Costituzione, con cui lo Stato non era più l’unico titolare della potestà legislativa ma condivideva questa condizione con le Regioni. Approvata dal solo centrosinistra sul finire della legislatura, la riforma fu sottoposta a referendum confermativo e approvata col 64% dei voti validi.

Nella legislatura successiva (2001-2006) toccò al centrodestra, forte di una maggioranza parlamentare mai così ampia, prendere l’iniziativa per le “riforme”. Stavolta però l’opposizione non fu coinvolta nei lavori, e nel 2005 il centrodestra produsse (e si approvò da solo) una riforma che modificava l’intera seconda parte della Costituzione, introducendo tra le altre cose: un impianto dello Stato non più regionale ma “federale”; un rafforzamento dei poteri del Primo ministro e  un indebolimento di quelli del Presidente; un Senato federale, svincolato dal rapporto fiduciario col Governo; una riduzione del numero complessivo di parlamentari; un aumento del numero di membri nominati dal Parlamento nella Corte costituzionale e nel Consiglio superiore della Magistratura. Nonostante contenesse alcune modifiche positive (il superamento del bicameralismo perfetto, l’introduzione del sistema della “sfiducia costruttiva”), la riforma era complessivamente un pasticcio, portato avanti senza alcuna considerazione per le opinioni differenti da quelle dei suoi promotori, e fu bocciata nel successivo referendum confermativo dal 61% degli elettori.

Con la stessa “determinazione” mostrata in occasione della riforma costituzionale, il centrodestra approvò a maggioranza anche una nuova legge elettorale, reintroducendo il proporzionale ma stavolta accompagnandolo con un premio di maggioranza alla coalizione più votata e all’abolizione delle preferenze. Il tutto a pochi mesi dalle nuove elezioni.

Non a caso, forse, da allora il Parlamento si è ritrovato quasi sempre bloccato, ora per una maggioranza insufficiente, ora per i ricatti di forze determinanti a livello parlamentare, il tutto nel permanente stato di conflitto incessante che caratterizza la nostra politica da ormai molti anni. Così di riforme si è continuato a parlare, ma si è fatto molto poco. I tentativi sporadici, per non dire disperati, con cui si è provato almeno a modificare la legge elettorale (da tutti criticata, e tanto più divenuta quasi intoccabile), in Parlamento o attraverso i referendum, sono stati fatti fallire e/o boicottati.

Diciotto anni e più sono passati dal crollo della Prima Repubblica: la Seconda è quindi diventata “maggiorenne”, ma è ancora caratterizzata da un sistema istituzionale lento, inefficiente e costosissimo e da una politica sempre più svuotata di contenuti, affidata alle personalità dei singoli leader e sempre più lontana dal suo compito originario di risolutrice dei problemi dei cittadini. Nessuno restituirà all’Italia il tempo perduto, ma forse non è ancora troppo tardi per sperare in un cambiamento nei prossimi anni.

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