Dopo il 14 dicembre: “governicchio” o elezioni anticipate?

Martedì 14 dicembre, il giorno in cui il governo Berlusconi ha ottenuto la fiducia alla Camera dei Deputati con 314 voti a favore, 311 contro e 2 astenuti. Una giornata decisiva, ma non risolutiva. E il perché è presto spiegato: nonostante l’esito – positivo – della votazione parlamentare (nello stesso giorno il governo ha ottenuto anche la fiducia del Senato con 162 voti contro 146) è emerso con tutta evidenza che l’attuale maggioranza di centrodestra, imperniata sull’asse PDL-Lega, non solo non ha la maggioranza assoluta dei membri della Camera, ma nemmeno può sperare realisticamente di far passare alcun provvedimento governativo, a meno di clamorose defezioni ed assenze tra i banchi dell’opposizione – tra cui va annoverata, da quel giorno, anche la nuova formazione “Futuro e Libertà per l’Italia”, facente riferimento a Fini.

Il voto è stato decisivo perché ha segnato la fine di mesi e mesi di speculazioni, secondo cui un nuovo governo di centrodestra era possibile purché a capo ci fosse un premier diverso da Berlusconi (quelli di Tremonti e Letta erano i nomi più gettonati alla vigilia). Giocando in prima persona, con tutti i mezzi a sua disposizione – leciti e meno leciti – la difficile partita che lo vedeva inizialmente dato per sfavorito, e vincendola, Berlusconi si è posto in una nuova posizione di forza, che ha reso evidente un fatto: e cioè che l’unica alternativa ad un governo da lui guidato – quali che siano le forze che lo appoggiano – è lo scioglimento anticipato delle Camere e nuove elezioni politiche.

Ma è lo stesso Berlusconi a sapere bene che aver ottenuto una maggioranza così ristretta alla Camera non è stato affatto risolutivo, per i motivi già spiegati: ed ecco che, già pochi minuti dopo il voto, riprendeva a corteggiare i centristi dell’UDC di Casini, invitandoli ad entrare nel governo per concludere la legislatura: manovra necessaria per riconquistare una maggioranza degna di questo nome. Ma, nonostante persino la Lega avesse aperto ad un “patto di legislatura” con i centristi (fino al giorno prima visti con il fumo negli occhi), Casini si è affrettato a rifiutare tale offerta e a dire che se si andrà alle elezioni l’UDC non si presenterà “né con il PDL né con il PD”, e dunque insisterà nel progetto di costruzione del cosiddetto “terzo polo” con il FLI di Fini, l’API di Rutelli e Tabacci e il MPA di Lombardo. E proprio con FLI, secondo lo stesso Berlusconi, non c’è alcuna possibilità di recuperare il rapporto, né per quanto riguarda il governo né per eventuali alleanze elettorali future.

Gli scenari dunque si sono ristretti parecchio: è tramontata l’ipotesi di un governo “tecnico” di transizione, appoggiato dalle attuali opposizioni (PD, IDV, UDC, FLI, MPA), per palese mancanza dei numeri necessari; è tramontata anche, come già spiegato, l’ipotesi di un nuovo governo di centrodestra, guidato da un nuovo premier e allargato anche all’UDC. Ecco che quindi le strade sono due: o Berlusconi convince almeno un’altra decina di deputati tra le file dell’UDC, del MPA o di FLI a sostenere il governo (e potrebbe non essere semplice, avendo già fatto ricorso a molte delle “risorse persuasive” a sua disposizione per ottenere la fiducia il 14 dicembre); oppure il governo si fa sfiduciare dalla sua stessa maggioranza per andare alle elezioni e tentare di rivincerle, eventualità che non dispiace affatto alla Lega – che ben si presterebbe al ruolo di chi deve staccare la spina. L’alternativa a queste due ipotesi è che il governo non riesca a far passare un solo provvedimento di qui alla fine della legislatura, se non dopo sfiancanti trattative con i deputati dell’opposizione, siano essi centristi, finiani, democratici o dipietristi.

Saranno dunque le elezioni anticipate la panacea risolutiva d’ogni male, che consegnerà all’Italia una nuova, compatta e radiosa maggioranza di centrodestra e farà ascendere il suo leader al Quirinale nel 2013? Allo stato dei fatti, non è affatto certo che le cose andranno così. Vediamo perché: se partiamo da due semplici assunti di base – e cioè che la legge elettorale rimanga quella attuale e che si possa prevedere il risultato elettorale utilizzando le attuali intenzioni di voto rilevate dai sondaggi – possiamo ipotizzare diversi scenari che non confermano affatto tale esito.

Il primo scenario, quello unanimemente ritenuto come più probabile, è che si vada al voto con tre coalizioni principali: centrodestra (PDL, Lega, La Destra), centrosinistra (PD, IDV, SEL, PSI, Verdi e Radicali) e “terzo polo” (UDC, FLI, API, MPA). Alla Camera il premio di maggioranza (340 deputati su 630) si applica su base nazionale alla coalizione più votata: e a contendersi tale premio sarebbero inevitabilmente le due coalizioni “classiche” di centrodestra e centrosinistra (entrambi stimati intorno al 40% da tutti i sondaggi). Ma, chiunque dovesse vincere il premio alla Camera, al Senato i giochi si complicherebbero, perché qui il premio di maggioranza si applica regione per regione alla coalizione più votata: e nello scenario preso in esame il centrodestra vincerebbe solo al Nord (Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli) e in Sicilia, mentre il centrosinistra in tutte le altre regioni; il terzo polo otterrebbe da un minimo di 8 a un massimo di 39 seggi, risultando comunque decisivo, poiché né il centrodestra (131 seggi nel primo caso, 150 nel secondo) né il centrosinistra (143 e 155 seggi rispettivamente) otterrebbero i 158 seggi (su 315) necessari per governare da soli.

Il secondo scenario è assai meno probabile, e consiste nell’unione delle forze di centrosinistra con quelle del “terzo polo”, e la formazione di una sorta di “comitato di liberazione nazionale” d’altri tempi, un’alleanza elettorale costituita al solo scopo di sconfiggere il centrodestra a tutti i costi. L’ipotesi può sembrare assurda ad alcuni, ma è stata più volte paventata fin dal 2009, tanto dai centristi quanto dall’estrema sinistra, come possibile risposta ad una ulteriore deriva autoritaria da parte di Berlusconi. In questo caso avremmo, a seconda di come si distribuisce il voto del “terzo polo” (che confluisca interamente nel “CLN” o che lo faccia solo per 2/3 e la restante parte vada al centrodestra), una Camera con una solida e certa maggioranza anti-berlusconiana (seppur incredibilmente eterogenea, dai comunisti della FDS ai finiani di FLI) e un Senato in cui il novello “CLN” abbia da un minimo di 162 a un massimo di 170 senatori.

[errata corrige: il sottotitolo corretto del grafico è “tutti i voti del Terzo polo al Centrosinistra“]

[errata corrige: il sottotitolo corretto del grafico è “1/3 dei voti del Terzo polo al Centrosinistra, 2/3 al Centrodestra“]

La partita dunque è ancora tutta da giocare, e gli sviluppi che ci saranno nei prossimi mesi (sia per quanto riguarda gli equilibri politico-istituzionali, sia per ciò che attiene all’evoluzione del consenso elettorale) rendono ancor più difficile fare delle previsioni certe per il futuro.

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