Manifestazione Fiom a Roma, successo e polemiche

L’imponente manifestazione della FIOM-CGIL, sabato scorso a Roma, ha innescato una vera e propria spirale di dibattiti e polemiche politiche.

C’è da dire che le avvisaglie che ciò sarebbe avvenuto si sono avute già alla vigilia, quando un Ministro dell’Interno insolitamente solerte (visti gli episodi avvenuti a Genova solo pochi giorni prima) ci ha tenuto a sottolineare, in conferenza stampa, il pericolo di “infiltrazioni”, per di più “straniere”, nella manifestazione, con conseguente rischio di episodi di violenza. La miglior risposta possibile a cotanto zelo mal riposto si è avuta il giorno dopo: al corteo, i temuti guerriglieri, agitatori e terroristi armati di uova non si sono fatti vedere; eppure avrebbero potuto benissimo accorrere in gran numero e sarebbero lo stesso scomparsi in mezzo alle decine e decine (qualcuno dice centinaia) di migliaia di persone che hanno sfilato con la FIOM e la CGIL per le strade della capitale; piazza San Giovanni e le strade vicine si sono riempite come avviene solo nelle grandi occasioni, certamente come non accadeva da molti anni, nell’ambito di manifestazioni sindacali.

Un grande successo di partecipazione, quindi, nient’affatto scontato data la rottura in seno ai sindacati nazionali, che vede ormai la CGIL contrapporsi nettamente alle scelte contrattuali di CISL e UIL (in questo siamo tornati a svariati anni fa, ai tempi dello sventurato “Patto per l’Italia”). E, come era ovvio aspettarsi, partiti e partitini di sinistra e centrosinistra, primi fra tutti IDV, SEL e Federazione della Sinistra, hanno fatto a gara nell’aderire entusiasticamente alla manifestazione, con tanto di pullman e tante bandiere, chiaramente “nell’interesse dei lavoratori”.

Non poteva invece mancare, ovviamente, la querelle sulla mancata partecipazione “ufficiale” del Partito Democratico: in più occasione il segretario Bersani aveva ribadito la vicinanza del PD alle ragioni dei lavoratori in questi tempi di crisi, ma aveva altresì chiarito che il PD non è il partito del sindacato; posizione certamente dotata di senso, ma che ha ugualmente prestato il fianco a divisioni, distinguo e ambiguità nella migliore (?) tradizione del centrosinistra all’italiana. Così, se in piazza con sindacati e lavoratori c’erano i democratici Stefano Fassina, Ignazio Marino e Sergio Cofferati, ben lontani da questa sono rimasti gli altrettanto democratici Giuseppe Fioroni ed Enrico Letta, con accuse speculari e reciproche da entrambe le parti (“è un errore non essere in piazza oggi”, “sbagliano quelli che vanno in piazza oggi”).

La polemica non ha tardato ad essere colta e rilanciata all’esterno del PD: se, una volta tanto, non sono pervenuti particolari attacchi e rimproveri da sinistra (frutto probabilmente della tela tessuta in queste settimane da Bersani), la maggioranza non ha esitato a definire il PD “ambiguo” e, per bocca del ministro del Welfare Maurizio Sacconi, “dipendente dal sindacato estremista”. “Estremista” è anche la definizione dei manifestanti che ha dato il leader dell’UDC, Casini, che in un’intervista al Corriere uscita oggi ha detto che “con questo PD” non è possibile allearsi, e che il Partito Democratico dà un colpo al cerchio e uno alla botte. Ora, il famoso aneddoto sul pulpito e la predica sorge spontaneo, ma una possibile risposta a Casini giunge dallo stesso Bersani, in una contemporanea intervista uscita su Repubblica. In questa sede, il segretario PD dichiara di auspicare una ricucitura dei rapporti tra i sindacati confederali, e che il PD non può schierarsi apertamente con un solo sindacato, pur riconoscendo ai metalmeccanici “diverse buone ragioni”; ma, poiché è “assurdo accusare di tradimento CISL e UIL”, si deve aprire un percorso di confronto, e l’alternativa alle politiche del centrodestra passerà anche per una ricomposizione dell’unità sindacale.

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