La Consulta boccia il “lodo Alfano”

(Articolo per “L’eco di Cassandra”)

Mercoledì 7 ottobre la Corte Costituzionale ha bocciato la legge Alfano, meglio conosciuta con l’impropria definizione di “lodo”, con nove voti favorevoli e sei contrari.

L’esito della decisione è stato tutt’altro che scontato fino alle ore immediatamente precedenti al verdetto. La legge in questione, approvata definitivamente in tempi record dal Parlamento nel luglio del 2008 a legislatura appena iniziata, consentiva la sospensione dei procedimenti giudiziari a carico delle “quattro cariche più alte dello Stato” (Presidente della Repubblica, Presidente del Senato, Presidente della Camera, Presidente del Consiglio), procedimenti relativi a reati eventualmente commessi al di fuori delle proprie funzioni istituzionali – quelli commessi nell’ambito delle proprie funzioni rimanevano perseguibili nei casi già previsti.

L’impianto della legge era dunque simile a quello di un’altra legge anch’essa bocciata dalla Consulta nel gennaio 2004, la legge (anch’essa denominata impropriamente “lodo”) Schifani. Il lodo Alfano per la verità altro non era che una riproposizione del lodo Schifani, con l’aggiunta di alcune modifiche, tra cui le più rilevanti erano la riduzione delle cariche istituzionali beneficiarie della legge da cinque a quattro (il lodo Schifani “salvaguardava” anche il Presidente della Corte Costituzionale) e la clausola di “rinunciabilità” del lodo stesso – cioè l’eventuale imputato avrebbe potuto scegliere di non avvalersi di questa facoltà di rinvio; difatti il Presidente della Camera Gianfranco Fini, in occasione della querela sporta contro di lui dal pm John Woodcock, aveva deciso di rinunciare alla copertura garantitagli dal lodo, proprio qualche giorno prima del pronunciamento della Corte.

Non sono mancate le polemiche, sia in seguito all’approvazione del lodo Alfano, sia in vista del pronunciamento della Consulta: l’opposizione parlamentare ha infatti denunciato come il lodo Alfano fosse evidentemente una legge “ad personam”, in particolare a vantaggio del Presidente del Consiglio, unico ad avere dei procedimenti giudiziari in corso al momento dell’approvazine della legge – il processo “Mills”, in cui Silvio Berlusconi era accusato di corruzione in atti giudiziari.

Lo stesso Presidente della Repubblica è stato oggetto di polemiche, da parte di alcuni esponenti dell’opposizione, per aver promulgato la legge in breve tempo e senza sottolineare alcun profilo di incostituzionalità; al Capo dello Stato è stata inoltre attribuita, da parte del Presidente del Consiglio, l’assicurazione di un suo intervento personale sui membri della Consulta affinché non dichiarasse incostituzionale la legge.

Polemiche ci sono state anche su due dei 15 giudici costituzionali, sorpresi da un giornalista dell’Espresso in una cena privata a cui parteciparono il Presidente del Consiglio e lo stesso Ministro della Giustizia, Alfano, pochi mesi prima del pronunciamento della corte. I due giudici (Paolo Maria Napolitano e Luigi Mazzella) hanno deciso di non astenersi in sede di votazione sulla costituzionalità del lodo, e sono stati tra i sei che hanno votato a favore.

Nelle ore immediatamente successive la Corte e lo stesso Presidente della Repubblica sono stati oggetto di feroci critiche da parte di esponenti del governo (Berlusconi in primis) e della maggioranza di centrodestra. Il PdC ha espressamente accusato entrambi gli organi supremi di essere “politicamente connotati a sinistra”, e dunque che la bocciatura del lodo avesse un fondamento non giuridico bensì politico.

In sede di dibattimento preliminare, in verità, gli avvocati difensori di Berlusconi, Pecorella e Ghedini (per l’occasione avvocati difensori della legittmità del lodo) avevano sostenuto tesi piuttosto ardite come “la legge è sì uguale per tutti, ma non la sua applicazione” (Ghedini) o “il Presidente del Consiglio non è un primus inter pares, è un primus supra pares” (Pecorella), dal momento che la recente legge elettorale consente, con l’obbligo di indicazione del “capo della coalizione” sulla scheda, l’elezione diretta “de facto” del Presidente del Consiglio.

I critici della sentenza della Corte hanno argomentato che la stessa Corte si sarebbe contraddetta rispetto a quanto affermò nella sentenza del 2004 che bocciò l’altro lodo, quello Schifani. Secondo questi, la legge Alfano aveva recepito i rilievi di incostituzionalità che la Corte aveva espresso all’epoca, dunque era indubbiamente costituzionale.

Lunedì 19 ottobre sono state rese note le motivazioni della sentenza, che rispondono pienamente a queste ed altre critiche. La legge Alfano, secondo la Consulta, vìola gli articoli 3 e 138 della Costituzione: contraddice cioè il principio fondamentale dell’uguaglianza dei cittadini (di fronte alla legge) e l’altrettanto fondamentale principio che eventuali modifiche all’ordinamento degli organi istituzionali, ed alla loro gerarchia, devono essere approvati eventualmente con procedura di revisione costituzionale, e non attraverso legge ordinaria (quale era la legge Alfano). A differenza di quanto sostenuto dai sostenitori del lodo Alfano, la sentenza del 2004 richiamava esplicitamente più volte anche l’articolo 138, sebbene allora la bocciatura del lodo Schifani riguardò la violazione degli articoli 3 e 24; nella sentenza inoltre si leggeva “resta assorbito qualunque altro profilo di incostituzionalità”, frase sibillina che stava tuttavia a significare che se la violazione degli articoli 3 e 24 era motivo sufficiente per bocciare il lodo Schifani, questa presentava diversi altri profili di incostituzionalità relativi ad altri articoli, primo tra tutti appunto il 138.

Gli scenari politici e giuridici aperti da questa sentenza sono dunque diversi: dal momento che le modifiche fortemente volute dal centrodestra (e dal Presidente del Consiglio) derogano all’attuale impianto costituzionale, la soluzione può passare soltanto attraverso una riforma costituzionale, che lo stesso Berlusconi ha dichiarato essere pronto a fare a maggioranza semplice (e non qualificata) in Parlamento per poi passare dall’approvazione popolare attraverso il referendum. Nell’immediato, visto che la sentenza riporta il PdC allo status di imputato nel processo Mills per corruzione (e in altri due procedimenti che lo vedono imputato che nel frattempo si sono aperti), l’onorevole Ghedini ha fatto sapere di star studiando alcune norme, da inserire come emendamenti nel decreto sicurezza e da approvare entro dicembre, che consentano di sospendere i processi “non gravi” (tra cui ovviamente la corruzione) per un anno, con l’ovvia conseguenza di far cadere in prescrizione i reati di cui è accusato Silvio Berlusconi.

(26 ottobre 2009)

 

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