Referendum: istruzioni per l’uso

(Articolo per “L’eco di Cassandra”)

Referendum: istruzioni per l’uso

Come molti probabilmente sanno, domenica 21 giugno si voterà per un referendum. Oggetto di questo referendum, la modifica della legge elettorale. Quasi nessuno però conosce nello specifico le modifiche che la vittoria dei ai vari quesiti referendari apporterebbe all’attuale sistema. Vediamole insieme.

Tutt’oggi è in vigore una legge elettorale varata a inizio 2006 dall’allora governo Berlusconi, legge soprannominata porcellum: l’autore della legge infatti, il ministro Calderoli, la definì testualmente “una porcata”, perché approvata dal solo centrodestra con lo scopo dichiarato di sfavorire l’allora opposizione di centrosinistra, data all’epoca in netto vantaggio per le imminenti elezioni.

Il porcellum è una legge elettorale proporzionale; vuol dire che i seggi in Parlamento vengono assegnati ai vari partiti proporzionalmente ai voti ottenuti da ciascuno di essi. Sono però previsti dei premi di maggioranza per la lista (o la coalizione) più votata: più precisamente il 55% dei seggi in palio. Alla Camera dei Deputati questo premio viene assegnato su base nazionale: vuol dire che ad ottenere il premio di 340 seggi sui 630 totali è la lista (o la coalizione di liste) che prende più voti rispetto alle altre su tutto il territorio nazionale (esclusi Trentino Alto Adige e Val d’Aosta, che eleggono deputati e senatori con sistemi differenti).

Il Senato invece deve essere eletto, come prevede la Costituzione, su base regionale; per questo motivo, la legge in vigore attribuisce ad ogni regione un numero di seggi in proporzione alla popolosità della regione (quindi, per capirci, 47 alla Lombardia e solo 2 al Molise): il premio di maggioranza del 55% è dunque riferito ai seggi di quella regione, e va assegnato alla formazione che ottiene il maggior numero di voti nella regione stessa. Ciò significa, dal momento che in ogni regione si vota diversamente che nelle altre, che i premi di maggioranza regionali assegnati all’uno o all’altro dei principali schieramenti possono finire per annullarsi a vicenda, rendendo difficile ottenere la maggioranza assoluta dei seggi al Senato (è quello che è successo al centrosinistra nel 2006, detentore di 340 seggi su 630 alla Camera ma di soli 158, su un totale di 321, al Senato).

Sono inoltre previsti degli sbarramenti: se una lista si presenta da sola, deve superare il 4% nazionale per ottenere seggi alla Camera, mentre al Senato deve superare l’8% a livello regionale; se invece la lista fa parte di una coalizione, lo sbarramento si abbassa al 2% nazionale per la Camera e al 3% regionale per il Senato. Le coalizioni invece devono totalizzare almeno il 10% alla Camera e il 20% al Senato, ed ecco perché i partiti medi o piccoli preferiscono fondersi in liste uniche, se non sono coalizzati con partiti maggiori (esempio: “Sinistra l’arcobaleno” nel 2008 comprendeva Rifondazione, Verdi e Comunisti Italiani).

Veniamo al referendum. Sono previsti tre quesiti (quindi voteremo su tre schede). Il primo quesito riguarderà l’abolizione del “collegamento fra liste” per la Camera dei Deputati. Il secondo quesito riguarderà lo stesso punto, ma con riferimento al Senato. Il terzo quesito infine ci chiederà di abolire la possibilità di candidature multiple.

Cosa significa abolire il “collegamento fra liste”, nel 1° e nel 2° quesito? Significa in pratica abolire la possibilità, per i partiti, di formare coalizioni di liste. In questo modo, il premio di maggioranza, sia alla Camera che al Senato, verrebbe assegnato alla singola lista che ottiene più voti. Questo vuol dire che, a meno che i partiti non decidano di formare delle liste uniche – il che costringe a rinunciare a presentare il simbolo del partito sulla scheda elettorale – questi dovranno correre da soli, ossia senza allearsi con altri partiti. Nell’attuale situazione italiana, questo implica che gli unici due potenziali concorrenti ad ottenere la maggioranza nelle due Camere sono il Partito democratico di centrosinistra ed il Popolo delle Libertà di centrodestra.

Attenzione, però: con la legge così modificata, non sarebbero automaticamente condannati a scomparire tutti gli altri soggetti. Per questi ultimi, infatti, sarà comunque possibile entrare in Parlamento purché superino il 4% alla Camera e l’8% regionale al Senato. La differenza è che non potranno più essere determinanti per la vittoria del premio di maggioranza, perché non potranno coalizzarsi con i due partiti maggiori.

Molti, soprattutto tra gli esponenti di partiti minori, paventano “una pericolosa deriva antidemocratica” qualora questo scenario si realizzasse: teoricamente, sostengono, un partito potrebbe ottenere la maggioranza assoluta in Parlamento anche essendo votato da una forte minoranza di elettori, purché risulti comunque il più votato. Va detto però che questo rischio sussiste anche con la legge in vigore: già oggi un partito, ritenendo di avere la maggioranza relativa, può presentarsi alle elezioni da solo e prendere da solo i premi di maggioranza, perché la legge attuale glielo consente.

Perché allora oggi nessuno si preoccupa di questo? Perché chiunque abbia un minimo di realismo ritiene giustamente molto difficile che una coalizione vincente possa prendere molto meno del 50% dei voti (alle elezioni politiche del 2008 per esempio la coalizione di centrodestra ha vinto con il 47% circa dei voti); ma con lo stesso realismo dovremmo ritenere che, se i partiti si presentassero da soli, molto difficilmente il vincitore otterrebbe meno del 35-40%; e queste percentuali corrispondono alle cifre che ottengono i partiti che vincono le elezioni – e governano – in Gran Bretagna, Francia e Spagna (dove sono in vigore sistemi maggioritari oppure proporzionali con un alto sbarramento), senza che questo danneggi la loro democrazia. Senza contare il caso “estremo” degli Usa.

Altri criticano l’efficacia dei primi due quesiti referendari perché nulla vieterebbe a più partiti di presentare i propri candidati all’interno di “listoni” unici, come in passato fecero Ds e Margherita con la lista “l’Ulivo”, e quindi non risolverebbero affatto il problema della frammentazione (e della litigiosità interna) della formazione vincente. Questo perché la legge parla di “liste” e non di “liste di partito”, lasciando aperta questa possibilità.

L’ultimo quesito abolisce le candidature multiple. Attualmente, i partiti presentano liste di candidati “bloccate” (cioè senza possibilità per l’elettore di esprimere preferenze) in ciascuna circoscrizione: i candidati vengono eletti secondo l’ordine con cui sono messi in lista. Per massimizzare il vantaggio, il capo di un partito, e molti dei suoi esponenti più in vista, spesso si presentano ai primi posti nella lista in più di una circoscrizione, scegliendo poi per quale di queste risultare eletti soltanto dopo le elezioni. Questo vuol dire che, scegliendo per una circoscrizione piuttosto che per un’altra, i “big” di un partito influenzano in maniera decisiva il destino di coloro che nella lista sono in posizioni “incerte”…che sono ovviamente anche quelli che più si impegnano nella campagna elettorale, perché più il loro partito viene votato, più è probabile che risultino eletti (mentre chi si trova ai primi posti ne è praticamente certo).

Perché sia chiaro, è bene sapere che l’attuale legge elettorale italiana è, a detta della maggioranza dei politologi e costituzionalisti, la peggiore oggi in vigore nelle democrazie occidentali; ma nemmeno con le modifiche introdotte dal referendum sarebbe molto migliore, anzi alcuni sostengono che addirittura peggiorerebbe (per i motivi che abbiamo visto) se vincesse il ai primi due quesiti, mentre sul terzo quesito c’è un maggiore consenso.

Comprensibilmente, la Lega Nord ha cercato in tutti i modi di boicottare il referendum, arrivando a minacciare la crisi di governo in caso di raggiungimento del quorum e vittoria del , e alcuni partitini, soprattutto di sinistra, per la prima volta si sono schierati per il boicottaggio di una consultazione referendaria (invece di invitare i loro elettori a votare no). Se, come ovvio, nei due partiti maggiori prevale l’invito a votare (con le dovute cautele, nel PdL per paura di una crisi di governo, nel Pd per timore di andare subito a nuove elezioni e perderle) c’è anche chi, come l’Italia dei Valori di Di Pietro, invita a votare no, perché faceva parte del comitato promotore che ha raccolto le 820.000 firme per questo referendum, ma solo perché, sotto la spinta referendaria, i partiti si accordassero per votare insieme in Parlamento una nuova legge elettorale, eventualità che oggi nessuno sembra prendere seriamente in considerazione, purtroppo.

E infatti, sotto la spada di Damocle del referendum, la Lega propose qualche tempo fa di cambiare l’attuale legge elettorale (sfornata proprio da un suo esponente solo tre anni fa), raccogliendo l’interessamento di tutti i partiti ad eccezione del Popolo delle Libertà, e quindi di una virtuale maggioranza parlamentare, salvo poi puntare tutto (con buone probabilità di successo) sul mancato raggiungimento del quorum e quindi sul fallimento del referendum.

(15 giugno 2009)

 


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