Le ronde nel decreto “antistupri”

(Articolo per “L’eco di Cassandra”)

Con il cosiddetto “decreto antistupri” sono entrate in vigore alcune norme in direzione di un più efficace contrasto alla criminalità “di strada” e alle violenze contro le donne, anche introducendo il reato di “stalking” (ossia della persecuzione ossessiva). La novità più controversa, tanto da essere stata stralciata al momento della conversione del decreto dalla Camera, riguarda sicuramente la possibilità data ai sindaci dei Comuni di avvalersi di associazioni spontanee di cittadini, preventivamente registratesi presso la prefettura, con il compito di segnalare alle forze dell’ordine “eventi che possano arrecare danno alla sicurezza urbana ovvero situazioni di disagio sociale.” Le famigerate ronde, per intenderci.

Ciò che preoccupa molti è la totale assenza (per ora) di una definizione dei comportamenti che i “rondisti” saranno tenuti a osservare: infatti, gli “ambiti operativi” e i requisiti per l’iscrizione nell’elenco devono ancora essere emanati con apposito decreto del ministero dell’Interno, anche se, dopo lo stralcio, è più probabile che questi vengano previsti dalla legge ordinaria che disciplinerà la materia. Ma nel frattempo, in molte città, già si costituiscono associazioni più o meno “sponsorizzate” da partiti politici, e non dei più “umanitari”; emblematico il caso di Trieste (città notoriamente martoriata dalla criminalità di strada) in cui il movimento di estrema destra Fiamma Tricolore ha “messo a disposizione” del Comune un centinaio di persone, tutti “rigorosamente italiani” ed esperti di arti marziali od ex esponenti delle forze armate o di enti di pubblica sicurezza, associazione peraltro intitolata ad un ex combattente della Repubblica di Salò. Anche l’osservatore più cauto non può non chiedersi, nell’attesa che i legislatori ci facciano sapere quali sono i compiti effettivi e i limiti da porre ai partecipanti alle ronde, di che utilità possa essere l’esperienza o l’addestramento nel combattimento, e con quale spirito gruppi di persone, messe insieme da un movimento non nuovo ad iniziative violente e xenofobe, possano adempiere al loro compito di “segnalare eventi” alle forze dell’ordine. Quand’anche fosse loro data facoltà di intervenire in prima persona, e ci si augura che uno Stato non voglia veramente ridursi a “delegare” in questo modo il monopolio dell’uso della forza legittima a private associazioni, più o meno benintenzionate, è tutto da dimostrare che le ronde si riveleranno efficaci nel contrastare comportamenti criminosi, tanto più se la condizione necessaria è la flagranza; ci si chiede, tanto per fare un esempio se, nel Settentrione colpito dalla “piaga” dei furti in abitazione, gruppi di cittadini che escono dalle loro abitazioni per girare in strada siano efficaci a contrastare questo fenomeno, o se piuttosto non possano facilmente cadere nella tentazione di effettuare veri e propri raid nei confronti di alloggi di extracomunitari o campi rom, da qualche anno oggetto di una rabbia popolare crescente e provvidenzialmente incoraggiata dai principali mass media; o ci si potrebbe chiedere quale sia l’efficacia di uno strumento simile nel contrasto alle violenze sulle donne, dal momento che la stragrande maggioranza di queste violenze avvengono all’interno delle mura domestiche e da parte di conoscenti o familiari, e molto più raramente da parte di estranei, e in ogni caso non certo in mezzo alla strada davanti agli occhi del primo gruppo di rondisti. A ciò si aggiunga che alcune di queste neonate associazioni sono costituite perlopiù da uomini e donne anziani e (ovviamente) sprovvisti di qualsiasi arma, e ci si potrebbe chiedere chi costituisca un pericolo e per chi: la ronda di anziani annoiati per la gang di (poniamo) ragazzi di strada drogati o viceversa?

(21 aprile 2009)

 

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