Il “vassallum”: simulazione elettorale (2)

UN NUOVO SCENARIO

Nelle ultimissime settimane il quadro politico si è a dir poco rivoluzionato. A partire dalla scelta unilaterale del Partito Democratico di presentarsi da solo alle elezioni imminenti, si è messo in moto uno stravolgimento dell’attuale quadro politico. A cominciare dalla fusione, repentina quanto inaspettata, dei due maggiori partiti di centrodestra, Forza Italia e Alleanza nazionale, in un unico soggetto, il Popolo delle Libertà; parallelamente, il nuovo movimento di Storace, la Destra, ha rifiutato di confluire nel nuovo listone di centrodestra e ha annunciato di presentarsi da solo, unendosi con il movimento Fiamma Tricolore, con una propria candidata premier; intanto al centro anche l’Udc di Casini non ha accettato di confluire nel Pdl e ha scelto anch’esso la strada della corsa solitaria, con possibilità di allearsi in seguito con altre due liste centriste (la Rosa bianca e l’Udeur) già in corsa fuori dai due soggetti principali; la sinistra “radicale” ha accettato con qualche mal di pancia la scelta della corsa solitaria del Pd e ha presentato un nuovo simbolo per la lista unitaria “la Sinistra e l’arcobaleno” e un candidato premier (Fausto Bertinotti); i due partiti maggiori intanto hanno confermato l’apparentamento, ossia l’alleanza, con due soggetti minori, l’Italia dei Valori per il Pd e la Lega Nord per il Popolo delle Libertà (soltanto nelle regioni settentrionali); invitati a presentare i propri candidati nelle liste del Partito Democratico, i Radicali di Emma Bonino e i Socialisti di Boselli hanno preteso invece un apparentamento come accaduto per il partito di Di Pietro, e hanno scelto (o sceglieranno) anch’essi di correre da soli.

Si è venuto così a creare, secondo molti osservatori di partito e non, “un sistema partitico tedesco senza legge elettorale tedesca”, a conferma del fatto che la legge elettorale influisce sul sistema  partitico ma non quanto possono farlo determinati orientamenti autonomi dei partiti stessi.

Questo ci porta a una condizione estremamente simile a quella che avevamo paventato nel precedente studio, ossia la situazione che sarebbe venuta a crearsi in presenza di un sistema elettorale simile a quello tedesco (il c.d. Vassallum) che nella fattispecie tende a penalizzare i piccoli partiti, a premiare i più grandi e a garantire comunque la rappresentanza a quelli medi.

Per simulare dunque più realisticamente gli effetti di un tale sistema elettorale non dobbiamo far altro che applicare i dati elettorali reali delle elezioni Politiche 2006 a uno scenario partitico così modificato: l’unico accorgimento sarà quello di accorpare in liste uniche i partiti che oggi dichiarano di avere un percorso comune, e dunque di unirsi in futuro, poiché il Vassallum, a differenza della legge effettivamente in vigore, non riconoscerebbe il collegamento tra liste (e quindi le coalizioni).

Al Partito Democratico saranno assegnati i voti ottenuti dalla lista l’Ulivo e da l’Italia dei Valori; il partito di Antonio Di Pietro ha infatti dichiarato che dopo le elezioni costituirà un gruppo parlamentare unico con il Pd ed entrerà a tutti gli effetti a farne parte.

Il Popolo delle Libertà sarà invece la somma dei voti ottenuti dalle liste Forza Italia e Alleanza nazionale; l’alleanza annunciata con la Lega Nord non si tradurrà in una confluenza di questa nel calcolo dei voti al Pdl per la sua dichiarata volontà di autonomia.

Sotto la Sinistra e l’arcobaleno saranno conteggiati invece i voti di Rifondazione comunista, del Partito dei Comunisti Italiani e della Federazione dei Verdi; nella realtà a questi si aggiunge anche la lista Sinistra Democratica, non presente alle elezioni 2006.

L’Unione di Centro (Udc) avrà invece gli stessi voti presi nel 2006, pur correndo stavolta fuori dalla coalizione di centrodestra; non possiamo valutare il potenziale della nuova formazione della Rosa Bianca (nata da uno strappo interno alla stessa Udc), mentre non ci sentiamo di accorpare anche i voti dell’Udeur, con cui un accordo sembra ancora difficile nonostante i segnali di distensione degli ultimi giorni.

L’unione dei voti alla lista Rosa nel Pugno (Sdi-Radicali) con quelli della lista Socialisti per Craxi, presentatesi nel 2006, pur non essendo nell’agenda politica di questi giorni, può servire a dare l’idea del potenziale che avrebbe una lista di ispirazione laico-socialista.

Infine, pur avendo conteggiato insieme i voti dati alle liste di estrema destra, non si è potuto simulare i voti che oggi andrebbero probabilmente alla lista di Storace, voti che verrebbero certamente anche dalla galassia dei micro partiti di estrema destra, ma per la gran parte da ex elettori di Alleanza nazionale delusi dalla fusione con Forza Italia (secondo i sondaggi più recenti, la lista di Storace avrebbe un potenziale di circa il 3%, con un trend crescente).

NOTA METODOLOGICA

Le ipotetiche circoscrizioni su cui è stato effettuato il riparto dei seggi, con il sistema del divisore d’Hondt, sono le stesse dello studio precedente, quindi mettono in palio 12, 14 o 16 seggi.

ASSEGNAZIONE DEI SEGGI

Ecco dunque nel dettaglio i risultati di questa nuova simulazione con un sistema partitico così come precedentemente illustrato.

Lista – seggi ottenuti – %voti – % seggi

Popolo delle Libertà – 263 – 36 – 43,83

Partito Democratico – 231 – 33,6 – 38,50

Sinistra l’arcobaleno – 56 – 10,2 – 9,50

Unione di Centro – 26 – 6,8 – 4,33

Lega Nord – 20 – 4,6 – 3,16

Partito Socialista/Radicali – 2 – 2,9 – 0,33

Udeur 2 – 1,4 – 0,33

Altri – 0 – 4,5 – 0

CONSIDERAZIONI

Prima di tutto, una curiosità: la somma dei seggi ottenuti dalle liste che nel 2006 si sono presentate sotto l’Unione e la Casa delle Libertà non si discosta molto da quella ottenuta nello scenario dello studio precedente: 291-296 seggi per i partiti “ex-Unione”, 304-309 per quelli “ex-Cdl”. Questo perché, se i partiti della sinistra sono stati rappresentati stavolta in maniera più massiccia presentandosi con una lista unitaria, il centrodestra ha beneficiato della presenza del “listone” del Pdl, più competitivo rispetto a Forza Italia ed An separatamente (263 seggi contro 246), togliendoli principalmente alla lista maggiore del centrosinistra, l’Ulivo/Partito Democratico (seppur in questo caso maggiorata dai voti della lista Di Pietro). In generale, una simile invariabilità si può interpretare suggerendo che i voti su cui abbiamo effettuato lo studio, che sono gli stessi, riguardano coalizioni “forzate” in cui un tot di elettori ha votato per una parte e un tot per l’altra; e inoltre, la reazione di accorpamento tra liste omogenne sul piano programmatico, se si verifica tanto da una parte quanto dall’altra, non porta a modifiche sostanziali dei rapporti di forza nella rappresentanza.

La variabile a noi sconosciuta, e inconoscibile, riguarda la potenzialità dei soggetti in uno scenario non più rigidamente bipolare, ma pluralistico: l’esperienza ci porta a ritenere che nel caso si fossero presentati dei partiti così suddivisi, con quasi un candidato premier per ciascuno, la tendenza sarebbe stata più tendente al bipartitismo, cioè una tendenza in cui i due partiti maggiori ricevono più consensi in virtù della ormai radicata cultura dell’alternanza bipolare.

E infatti i numeri che abbiamo ottenuto non consentono a nessuno dei due partiti maggiori di avere da soli la maggioranza, ma nemmeno alleandosi l’uno con la Lega Nord e l’altro con la Sinistra e i Socialisti: il centro risulta determinante per la formazione di una qualsiasi maggioranza parlamentare alternativa alla grande coalizione dei due partiti maggiori.

Eppure il sistema elettorale premia proprio i due partiti maggiori, come si vede dalla colonna 4 della tabella qui sopra: solo il Pdl e il Pd ottengono una percentuale di seggi maggiore della percentuale di voti ottenuti; tutti gli altri sono sottorappresentati. A questo proposito è interessante rilevare come la sottorappresentazione riguardi più i partiti omogeneamente distribuiti sul territorio che non i partiti con forte radicamento territoriale (la Lega, meno votata dell’Udc, è meno sottorappresentata di quest’ultimo; lo stesso dicasi per l’Udeur e i Socialisti/Radicali).

Ma le considerazioni più importanti non possono che riguardare l’efficacia di questo sistema elettorale, e cioè il rapporto tra obiettivi posti dai suoi ideatori e risultati effettivi, il tutto con le dovute cautele dato il carattere ipotetico di questa simulazione.

Citiamo dal documento ufficiale della proposta di legge di Salvatore Vassallo:

L’attuale dibattito sulla riforma del sistema elettorale è eccessivamente focalizzato su (e polarizzato tra) modelli già esistenti. […] Se prendiamo però per buone le dichiarazioni ufficiali, tutti concordano sugli obiettivi di fondo:

1) consentire agli elettori di giudicare la qualità dei singoli candidati al parlamento;

2) ridurre la frammentazione, garantendo un pluralismo partitico moderato;

3) preservare la dinamica bipolare…

4) senza però rendere ineluttabile la formazione di coalizioni pre-elettorali artificiose, prive di coesione programmatica.

Vediamo ora di capire, sulla base della nostra simulazione, se e quanto il sistema elettorale proposto soddisfa questi 4 obiettivi di fondo.

Punto 1: il nostro studio ha tenuto conto dell’assegnazione dei collegi uninominali, soprattutto perché in certi casi questa influisce sulla ripartizione proporzionale dell’intera circoscrizione (es: una lista conquista più seggi uninominali di quanti gliene spetterebbero con la mera ripartizione d’Hondt; in tal caso li conserva e si procede ad una nuova ripartizione dei seggi rimanenti tra le altre liste); in questo caso non abbiamo ritenuto utile dire quanti collegi sarebbero andati ad una lista e quanti all’altra: la cosa fondamentale è che i seggi uninominali ammontano sempre a metà dei seggi totali. Questo anche se

Gli ulteriori seggi spettanti a ciascun partito, rispetto a quelli già assegnati per la vittoria nel collegio, vengono innanzitutto assegnati ai migliori perdenti nei collegi uninominali[…]. Se questi non bastano, si passa ai candidati della lista circoscrizionale, secondo l’ordine di presentazione.[…] Ma i candidati di lista verrebbero ripescati solo nel caso piuttosto raro in cui un partito abbia diritto, su basi proporzionali, a più del 50% dei seggi disponibili nella circoscrizione.

Quindi, anche i seggi destinati ai “migliori perdenti” andrebbero a uno dei due maggiori partiti; nella migliore delle ipotesi, avremmo allora una Camera in cui più della metà dei parlamentari era candidata in collegi uninominali, mentre la restante parte (e praticamente tutti i deputati eletti nelle liste di partiti medi e piccoli) sono stati eletti da liste bloccate.

Rispetto alla legge attualmente in vigore, questo aspetto viene comunque molto migliorato.

Punto 2: la frammentazione viene in effetti drasticamente ridotta, le liste che eleggono propri candidati passano da 12 (escluse le minoranze linguistiche) a 7, in virtù della spinta ad aggregarsi in soggetti unici data dall’implicita soglia elettorale (intorno al 5%) derivante dalle ridotte dimensioni delle circoscrizioni. Il tutto, come abbiamo visto, senza far scomparire minoranze territorialmente radicate.

Punto 3: questo è il punto senza dubbio più controverso; “preservare la meccanica bipolare” significa infatti che si vengono a creare comunque due poli intorno ai due soggetti maggiori a vocazione maggioritaria tra loro alternativi. Scrive Vassallo:

Anche piccoli partiti “di centro” possono mantenere, con il modello proposto, un certo potere negoziale, ma non possono pretendere di diventare il motore immobile del sistema.

Affermazione piuttosto arbitraria, in quanto valida solo nel caso che i partiti centristi ottengano percentuali di voto molto basse e che invece i due partiti maggiori ottengano, da soli o alleandosi con i partiti alle loro “estremità”, la maggioranza assoluta dei seggi.

Se questo non accade, come non è accaduto nel nostro studio (basato, ricordiamolo ancora una volta, su dati reali cautamente rielaborati), i soggetti di centro diventano il perno assoluto di qualsiasi maggioranza parlamentare che non sia la “grande coalizione” tra i due maggiori partiti. Poniamo infatti, con i numeri che abbiamo ottenuto, che il partito Udc, centrista, abbia ottenuto i suoi voti correndo da solo, magari garantendo ai propri elettori di non allearsi con nessuno dei due partiti maggiori. Questo paralizzerebbe letteralmente il sistema politico all’indomani di una elezione politica nazionale, e, a meno che non si trovi un’intesa, anche pro tempore, per una grande coalizione di transizione, si sarebbe obbligati a ricorrere subito nuovamente alle urne, peraltro senza la certezza che non si possa ripetere una simile situazione di stallo.

Punto 4: su questo punto la proposta di Vassallo non si esprime; abbiamo dato per assunto, in assenza di indicazioni contrarie, che non siano previsti i collegamenti tra le liste (cioè le coalizioni). Sicuramente, in assenza di un premio di maggioranza come quello previsto dal Porcellum, la spinta a formare “carrozzoni” elettorali, imbarcando chiunque, verrebbe meno; tuttavia, gli indubbi vantaggi che deriverebbero da un accorpamento in una sola lista di più soggetti (si veda il caso dell’ipotetica lista del Pdl), fermo restando il presupposto dell’accordo programmatico, potrebbero spingere i partiti a ripetere, almeno in parte, l’infelice esperienza delle coalizioni elettorali, ottime per vincere le elezioni ma pessime per governare. D’altro canto, la tendenza opposta, cioè quella di candidarsi “tutti contro tutti”, produrrebbe scenari simili, se non peggiori, a quello qui ottenuto sul piano della frammentazione, e renderebbe necessario stringere accordi parlamentari dopo le elezioni, pratica percepita dai cittadini perlopiù come una tutt’altro che trasparente manovra di palazzo che vanifica la scelta fatta dagli elettori. Anche per questo punto possiamo dire insomma “obiettivo non raggiunto”. L’unico sistema elettorale in grado di generare con certezza robuste maggioranze parlamentari stabili e durature è il sistema maggioritario, in tutte le sue forme (ivi incluse le forme miste a forte predominanza dell’elemento maggioritario, e solo a condizione che il partito o i partiti che ottengono la maggioranza siano tra di loro e al loro interno coesi e non in conflitto); purtroppo questo sacrifica troppo, secondo alcuni tra cui lo stesso Vassallo, l’esigenza della rappresentanza pluralistica.

(24 febbraio 2008)

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