Formula 1 2007: il campionato più bello del mondo

C’è qualcosa, nell’esito finale del campionato mondiale di Formula 1 2007, che va oltre il semplice risultato sportivo. Non che quest’ultimo sia da tenere poco in conto, anzi. Kimi Raikkonen diventa il 7° pilota a vincere un titolo mondiale piloti con la Ferrari, che così raggiunge quota 15, staccando ulteriormente nella classifica “storica” McLaren e Williams (10 e 7 rispettivamente). Ma quel qualcosa di più che ci viene da questo straordinario campionato mondiale è una sorta di insegnamento, una morale.

Come in una parabola, la stagione finisce come “doveva” finire, con la vittoria del pilota vincitore di più gare (nonostante l’affidabilità talvolta mancata), ma soprattutto con la bruciante sconfitta di tutto un team, la McLaren Mercedes, riconosciuto colpevole di aver trafugato informazioni riservate dalla scuderia rivale, appunto la Ferrari, e di aver opposto alle Rosse, grazie a questo comportamento illecito, una vettura gara dopo gara sempre più performante e affidabile. McLaren che è stata per questo punita dalla Federazione, ma solo a metà, con la esclusione dalla classifica dei Costruttori (da tutti ritenuta di secondaria importanza) ma non da quella dei piloti, dove Alonso ed Hamilton conservavano tutti i punti e le prime due posizioni in classifica. Proprio lo spagnolo campione del mondo 2005 e 2006 si è ritrovato ad essere un’altra “vittima” dell’assurdo comportamento del team anglo-tedesco, guidato da un sempre più arrogante e paranoico Ron Dennis, il quale, da metà stagione in poi, ha fatto di tutto per colpire il proprio pilota di punta (peraltro ingaggiato a suon di milioni) per favorire il suo “rampollo”, l’esordiente Lewis Hamilton, pilota sorprendentemente veloce e costante nonostante i suoi 22 anni, che ha guidato la classifica fino all’ultimo, anche grazie ad “aiutini” e favoritismi decisamente sospetti della Federazione e del giudice di gara Whiting. Favoritismi che si spiegano certamente con scelte politiche ben precise, come la necessità di portare subito alla ribalta il primo pilota di colore nella storia della massima categoria, peraltro un debuttante, peraltro un inglese. Bernie Ecclestone, Max Mosley, Charlie Whiting, sono tutti inglesi. Il Circus parla inglese, e McLaren e Williams, le principali avversarie sconfitte dalla Ferrari da otto anni a questa parte, sono team inglesi storici. Serviva un segnale forte, come si dice in politichese, e Hamilton si stava dimostrando un cavallo adeguato su cui puntare. Solo illazioni? Chissà. Il ragazzo probabilmente avrebbe meritato il titolo mondiale, e forse anche di più. Magari non quest’anno però, e forse lui stesso deve maledire questa situazione, messa in piedi dal suo team e dai suoi connazionali ai vertici del “sistema” che lo hanno messo in condizione di diventare nel giro di un anno da perfetto sconosciuto a nemico pubblico numero uno del paddock. Un ruolo che Lewis certamente non avrebbe voluto, e che forse è alla base dei grossolani errori con cui ha letteralmente buttato via la vittoria finale nello spettacolare Gran Premio conclusivo in Brasile. Doveva prendere sette punti in meno di Raikkonen o quattro in meno di Alonso per riuscire a perdere. A Interlagos le Ferrari hanno fatto il vuoto, il finlandese ha vinto davanti a Massa, Alonso ha acciuffato un terzo posto…e Hamilton? Fuoripista alla terza curva dopo una brutta partenza, pasticci con l’elettronica pochi giri dopo ed eccolo dover rimontare dal diciottesimo posto. Conclude settimo. A Maranello (e in tutta Italia) esplode la festa.

Arrivederci nel 2008!

(24 ottobre 2007)

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