Il falso riformismo della Cdl e il dubbio riformismo della sinistra

Mercoledì 16 novembre 2005: il Senato approva la riforma costituzionale della Casa delle Libertà. Nonostante ciò le polemiche su questa riforma continuano ad essere violentissime, anche all’interno della stessa maggioranza: le opposizioni denunciano un ricatto da parte del partito della Lega Nord, unico vero promotore di quella sezione della riforma chiamata “devolution”. Il dibattito politico intorno a questa controversa riforma mette in secondo piano, per ora, quello relativo alla legge “ex-Cirielli”, la cosiddetta “salva-Previti”.  Qualche giorno prima infatti, per la precisione l’11 novembre, la Camera ha approvato anche questa legge, contestatissima, che abbrevia notevolmente i periodi di prescrizione di numerosi reati (tra cui la corruzione). Anche in questo caso le polemiche tra i poli non sono mancate, poiché l’emendamento che accorcerebbe i processi (la legge era nata come un inasprimento delle pene per i recidivi) porterebbe il reato per cui è accusato Cesare Previti, dirigente e parlamentare di Forza Italia, in prescrizione, interrompendo il suo processo.

Ora, qualunque sia la propria preferenza ideologica, bisognerebbe riconoscere, se si conoscono i termini di questi provvedimenti e le condizioni che hanno portato alla loro approvazione, che questi sono stati voluti fortemente e promossi da una minoranza parlamentare (Forza Italia nel primo caso, Lega Nord nel secondo), e approvati solo grazie al voto “a naso tappato” degli altri alleati della CdL. È chiaro che queste minoranze hanno fatto valere, in questo senso, degli interessi particolari, ed anche particolarmente forti, se è vero che entrambi i testi sono stati approvati con precedenza assoluta su altri che riguardavano più nello specifico le necessità del paese, in forte emergenza sul piano dell’economia e dello sviluppo. Ma l’approvazione di una riforma come quella costituzionale che modifica sostanzialmente circa un terzo del testo originario del 1948 non può bastare a definire l’attuale governo come “riformista”. Perché questo? Per vari motivi. Innanzitutto, questa “riforma” è stata portata avanti a tappe forzate, subendo modifiche secondo quelle che erano soltanto i malumori dei partiti della maggioranza al di fuori della Lega (in special modo An e Udc), e mai secondo quelle che erano le istanze costantemente avanzate dalle Regioni, gli enti più interessati da questa riforma, istanze rimaste inascoltate dal primo all’ultimo giorno dell’iter parlamentare di questo testo, insieme a quelle dei sindacati e dell’opposizione. Dunque, una riforma portata avanti in questo modo, senza tener conto dei pareri anche fortemente contrari, e molto spesso proprio per il loro essere fortemente contrari, non può essere sbandierata come un esempio di riformismo. In secondo luogo, una politica riformista si occupa prima di tutto di migliorare il settore del sistema a cui si fa riferimento laddove questo presenti seri problemi di inefficienza ed obsolescenza, ed onestamente non sembra sia questo il caso dell’ordinamento dello Stato, destinato ad essere cosi modificato da questa riforma. La cosa sconcertante è che praticamente tutte le riforme del centrodestra sono state ideate ed approvate in questo modo, ossia senza tener conto di eventuali pareri esterni alla coalizione di governo. Per questo motivo, anche se nella prossima campagna elettorale non faranno che ribadirlo, non si può affatto dire che in questa legislatura gli esponenti del centrodestra si siano distinti per il loro essere riformisti.

Sull’altro versante, quello del centrosinistra, la questione è altrettanto complessa. Non perché si sia di fronte a problemi importanti e di difficile risoluzione, quanto per la innata e costante capacità del centrosinistra italiano di farsi del male e di spaccarsi sui problemi più inconsistenti. La polemica attorno alla questione del riformismo in casa Unione verte sulla necessità o meno, una volta al governo, di cancellare tutte le leggi e tutte le riforme del centrodestra a cui ci si è opposti per poi riscriverle da zero. Fautori di questa linea sarebbeo i partiti dell’ala “estremista” dell’Unione, mentre l’ala “moderata” ribatte sostenendo che ad essere cancellate con voto del Parlamento devono essere solo le leggi “ad personam”, mentre le riforme del centrodestra potranno essere utilizzate come “base” su cui costruire le riforme del centrosinistra. Ora, se a qualcuno appare ovvio che per rifare una riforma occorre molto meno tempo che per cancellarla e riscriverla daccapo, qualcun altro insiste nell’affermare che non farlo sarebbe accettare implicitamente gli errori di quelle riforme, anche se queste venissero rivedute e corrette. Non c’è dubbio, come si è visto, che se quello del centrodestra non può definirsi riformismo, ve ne sono molti di dubbi su quanto sia effettivamente riformista l’alleanza di centrosinistra che si candida a governare il Paese dal 2006.

(23 novembre 2005)

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