Contro D’Annunzio

(Saggio breve – non tanto breve – di critica letteraria sul “Programma del superuomo” dannunziano; premiato dall’insegnante con un voto scandalosamente alto)

due reazioni, due differenti stati d’animo hanno suscitato in me i due testi dannunziani letti. Relativi, l’uno, alla personalità di andrea sperelli, protagonista del romanzo “il piacere”, l’altro, al cosiddetto “programma del superuomo”, espresso nelle “vergini delle rocce” in forma di orazione di claudio cantelmo, il prototipo del “superuomo” dannunziano. Andrea sperelli ci viene presentato come un giovanotto, sulla falsariga del giovin signore pariniano. Ma il punto di vista di d’annunzio non potrebbe essere più distante da quello di parini. Parini, un esempio di moralità. Quale moralità incarna andrea sperelli? Parini depreca, seppur lasciandocelo intendere in maniera lieve, soffusa, l’atteggiamento di quel “nobil fannullone”. Che dice d’annunzio? Che gli insegnamenti del padre non lasciano spazio per la moralità. Che questa viene lasciata gradualmente fuori. Che nel cranio di andrea sperelli va facendosi largo l’idea che il sofisma possa prevalere su tutto, che la morale consiste nel non averne alcuna. Non v’è alcuna condanna sincera nella definizione “incauto educatore” che d’annunzio dà del padre di andrea, autore di quel delizioso “habere non haberi” intriso di egotismo. Prova ne sia che, nonostante questa introduzione al personaggio descritta con un certo distacco, andrea sperelli sia dichiaratamente la “controfigura ideale” di d’annunzio, una proiezione di sé che enuncia esplicitamente che tipo di persona vorrebbe essere l’autore. Mi ha suscitato quasi un senso di tenerezza, questo sperelli. Quasi un senso di compassione per come ha imboccato una strada percorrendo la quale ad ogni passo si ritrova sempre più rinchiuso nella sua estetica immoralità. Un superuomo, questo andrea sperelli. Non solo effettivamente nella concezione della vita come opera d’arte, dell’uomo come compositore della sua melodia personale. Niente da dire. Ma quanto sembra piccolo questo superuomo in confronto a claudio cantelmo. Quanto è ridotta, fino ad apparire minuscola, la forza dei pensieri di questo piccolo idiota in potenza, se la accostiamo al gigantismo delirante del superuomo nella sua seconda versione, una versione riveduta e corretta, non a caso successiva di sei anni alla precedente. Leggo un’orazione del cantelmo relativa al primo libro dell’opera che lo vede protagonista, in cui l’intenzione di d’annunzio di scoprire subito le carte, di farci sapere fin da subito con chi abbiamo a che fare, quasi ci esplode in faccia in tutta la sua brutalità. Perché in che altro modo potremmo definire il modo con cui ci vengono esposte queste “teorie politiche”, celate sotto la già di per sé traballante teoria superomistica condita di elitario estetismo? Grandiose nella forma, queste idee. Brutali nel loro contenuto, brutali nelll’esposizione, così disperatamente aggressive, ma è quell’aggressività che sfoggia una bestiolina ferita e agonizzante nei suoi ultimi deliri, quell’aggressività che copre debolezza, pochezza, povertà d’animo. Sempre, quando la forma è così imponente, il suo scopo è quello di deviare dal suo effettivo contenuto, di occupare la mente del destinatario con i ghirigori della forma quanto basta per indurlo a tralasciare la sostanza. Ma smetto di parlare a vuoto. Dico subito che impressione mi ha dato questo brano. Non più un’impressione negativa ma ancora benevola che susciti come compassione, no. Un senso di rancore, di disgusto. Tremo nel leggere le parole che d’annunzio fa pronunziare a claudio. Rabbrividisco nel pensare a quanto quei pensieri fossero radicati nella mente dell’autore. E mi chiedo il perché. Mi sorge spontaneo pensare donde vengano tutti quei richiami ai falsi valori in cui d’annunzio si identifica pienamente. i valori di quella destra di cui non a caso d’annunzio fu il riferimento letterario per eccellenza. Claudio sembra essere in ogni caso un uomo che crede nei valori dell’animo. Eppure commette lo stesso errore, largamente diffuso ancora oggi, di interpretare le masse come un corpus unico, indistinto. Questo ragionamento può funzionare nel campo matematico della statistica, lo possono utilizzare i sociologi per descrivere la varietà e/o l’uniformità dei comportamenti di un gran numero di persone. Non può funzionare per bollare tutti indistintamente, di essere dei porci in tutto e per tutto, laddove l’oratore appartiene invece ad una razza superiore e parte da questo orrido presupposto. La tendenza ad interpretare le masse con questa accezione negativa, come “gregge”, e non come un insieme di esseri umani aventi ciascuno mente e coscianza propria, è rischiosa e va arginata. Di cosa si macchia questo gregge? Di vivere nella lordura e di voler insieme prendere parte alle decisioni dell’amministrazione statale. Quella che per noi oggi è un bene acquisito, la democrazia,  è visto con autentico orrore da d’annunzio, che ha parole di solidarietà per un re che invece di fare il monarca assoluto, eredità delle prime e rudi civiltà, adempia “all’umile e stucchevole compito di guidare una monarchia costituzionale, assegnatogli per decreto dalla plebe”. Ogni frase, ogni enunciazione di claudio-gabriele mi riempie di sdegno. Cantelmo rimpiange quell’epoca in cui roma governava il mondo e viveva nello splendore…ma quale splendore? Lo splendore dei patrizi, degli imperatori, dei poeti? L’impero romano era indubbiamente il massimo esempio di modernità duemila anni fa, ma con quale diritto si pretende di farne un esempio di splendore? Deliziosa l’idea, fantasiosa certo, di vedere un d’annunzio nei panni di un comune cittadino di epoca romana, ben lontano dallo sfarzo, dallo splendore dei palazzi imperiali. Vedremmo allora con quali parole loderebbe il suo splendore. Vedremmo come gli sembrerebbe impossibile, eppure un sogno, la partecipazione al potere della “plebe”, in cui certo non risiedono per natura “forza, diritto, pensiero, saggezza e luce”, ma la cui natura non è meno umana degli eletti di cui crede claudio di far parte. Professa il mito della Bellezza, la Bellezza che va difesa. La sua mente perversa gli fa anteporre la difesa di un concetto astratto quanto opinabile dai valori che rendono l’umanità superiore alle bestie, quei valori dell’Ottantanove che tanto vitupera. Viene spontaneo chiedersi cosa mai abbia fatto di tanto malvagio questo gregge da essere epitetato come “Gran Bestia”, e subito dopo un’ondata di nausea mi coglie allorché colgo il disprezzo con cui l’autore descrive gli stomaci del gregge “pieni di legumi”, questi legumi corrosivi dell’animo nobile, il quale andrebbe invece foraggiato con cibi sopraffini, e pazienza se non ce li si può permettere. Un residuo della natura animale dell’uomo, legittimato e legittimabile solo in parte, come la gerarchia tra forte e debole, è un valore assoluto per questo d’annunzio, al punto che egli ritiene la nobiltà portatrice del Verbo, della “suprema scienza”! siamo al delirio senza freni, condito di un imbecille razzismo (va riconosciuto tuttavia al poeta di essere in nutrita compagnia, ieri come oggi) e di una vana speranza che un giorni il gruppo degli Eletti possa tornare a guidare, con fruste sibilanti, la massa idiota e informe. Sul principio, ovviamente infallibile, che il più forte, il più valido, debba di diritto regnar sugli altri. Quale bestialità, quale atavismo svincolato da ogni logica trasuda da questa orazione. Quale concezione della vita distorta, improntata all’egoismo, al calpestamento delle idee altrui, delle anime altrui. Condanno senza mezzi termini il delirio di d’annunzio, e se stilisticamente la sua opera appare pregevole, ciò si deve a quanto esposto poc’anzi, ovvero che la forma roboante serva unicamente a trascinare il destinatario in questo stupro dell’intelligenza umana.

“il programma del superuomo è il manifesto della concezione di d’annunzio della società, del genere umano. Un manifesto, altresì, di strisciante atavismo nella sua più limpida evidenza”

(ignoto)

(15 aprile 2005)

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