Scuola, chi (non) entra e chi (non) esce

(Articolo per NapoliPiù, sezione “Scuola”)

La settimana scorsa abbiamo affrontato su queste pagine il tema del ricambio generazionale, tema sviscerato nelle ultime settimane per ciò che riguardava la classe politica, applicandolo al mondo della scuola, in particolare al corpo docente. Secondo le cifre che abbiamo visto, infatti, quest’ultimo starebbe andando incontro ad un inarrestabile processo di invecchiamento, con tutti gli svantaggi (non irrilevanti) che esso può portare. Ma come si può contrastare questo processo? È chiaro che quelle che abbiamo visto sono “semplici” stime, e proprio per questo bisogna sentirsi in dovere di provare a cambiare , per quanto possibile, l’andazzo, in modo che tali previsioni non possano in futuro verificarsi.

La prima soluzione che sorge spontanea è: bisogna assumere un numero consistente di giovani insegnanti, magari freschi di tirocinio. Questa sarebbe una soluzione assolutamente valida, se lo stato finanziario della scuola italiana non versi in condizioni a dir poco allarmanti (non è un’esagerazione dire che in certe scuole manca addirittura la carta per le fotocopiatrici o i gessetti per le lavagne). Inoltre, come abbiamo visto la settimana scorsa, bisogna fare i conti col massiccio blocco delle assunzioni deciso dal governo nazionale allo scopo di trovare i fondi per la riforma fiscale.

Quindi, niente consistente assunzione di giovani, per il momento. Anche perché non si possono assumere nuovi dipendenti laddove non ve ne sia carenza, e carenza non ce n’è, se è vero che il rapporto alunni/insegnanti è tra i più bassi d’Europa. E qui si pone, per diretta conseguenza, un altro problema: se il numero dei docenti stenta a diminuire, poiché un ulteriore aumento rappresenterebbe un problema, e la fila dei giovani aspiranti cresce proporzionalmente sempre più, significa che sono troppo pochi quelli che, pur raggiunti i limitì di età previsti dalla legge, vanno effettivamente in pensione. Questo è dovuto, in parte, al fatto che non tutti si sentono “vecchi” quando raggiungono l’età pensionabile, e ciò è un bene; ma, e questo sembra essere il caso predominante, moltissimi docenti, raggiunta tale età pensionabile, pur essendo molto “provati” da tanti anni di insegnamento, rinunciano ad andare in pensione, perché ciò rappresenterebbe un passo verso l’ignoto, che a molti fa paura. Proviamo a chiederci che cosa si può fare per agevolare l’uscita dal mondo della scuola di questi docenti, per renderla meno “traumatica”. Certamente si può provare a sciogliere una volta per tutte il nodo-pensioni, indubbiamente un problema sociale di grande rilevanza, che interessa il settore della scuola come moltissimi altri settori dell’impiego pubblico; queste dovrebbero senza dubbio essere più corpose, poiché costituiscono un aspetto del problema di enorme rilevanza, specie per coloro i quali non hanno figli o questi sono disoccupati. È evidente che in questi casi si è costretti a continuare ad insegnare per molto tempo ancora, pur di sbarcare il lunario. Ma anche senza arrivare a casi così estremi, è ovvio che una politica seria tesa al rinnovamento e allo svecchiamento di settori così importanti della società non può non tenere conto dell’incertezza con la quale si guarda alla pensione. In questo campo sono state fatte addirittura scelte che vanno in senso opposto, offrendo “bonus” sulla pensione a chi sceglie di restare al lavoro pur potendo ritirarsi. Se queste scelte, nel loro complesso, possono essere salutari per le casse dello Stato, di certo non faranno altro che incentivare questo processo di invecchiamento della scuola come della società in generale.

Il problema, tra l’altro, non riguarda solo l’aspetto economico, ma anche quello culturale. Se nella nostra società manca quel rispetto verso chi ha più di 60 anni che ci dovrebbe essere, e di un individuo vengono invece valorizzate le qualità estetiche molto più di quelle morali, dov’è la sorpresa se un docente con 30 anni di contributi è restio ad uscire dalla società per la porta di servizio?

Senza arrivare ad istituire un grottesco “obbligo alla pensione”, bisogna trovare il modo per valorizzare in tutti i modi la figura del pensionato, anche, è appena il caso di dirlo, economicamente.

E infine, ce lo si consenta, era proprio necessario questo benedetto blocco delle assunzioni per finanziare una riforma fiscale alquanto discutibile?

(24 febbraio 2005)

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