Cirami, Andreotti, politica e giustizia

(L’articolo risale al 2003: avevo 15 anni ed avevo assistito ad un convegno dei “girotondi” a Napoli, con Pancho Pardi e Marco Travaglio, a proposito di leggi-vergogna e informazione televisiva)

È da un po’ di tempo a questa parte che il sistema giudiziario italiano è costantemente sotto i riflettori; apre le pagine dei quotidiani e dei notiziari tv, e non passano pochi giorni senza che un Bruno Vespa o un Maurizio Mannoni non affrontino il problema, ciascuno a suo modo, nelle loro trasmissioni serali.

Incominciamo da una vicenda che è ormai costantemente presente nei nostri telegiornaali dall’estate scorsa, il dibattito sul decreto di legge Cirami. Come quasi certamente tutti sanno, questo decreto, presentato appunto dall’On. Cirami, si basa sul legittimo sospetto di un imputato, il quale, quando dovesse ritenere la corte che lo sta giudicando non imparziale, avrebbe il diritto di presentare domanda per spostare la sede del processo ed affidare il caso ad un’altra corte giudiziaria. Intorno a questa proposta sono piovute tonnellate di polemiche da quasi tutti gli organi politici e sociali estranei alla maggioranza di governo, a cominciare dall’opposizione, astenutasi durante le votazioni del decreto in aula, fino ai sindacati, che hanno inserito la proposta di legge nelle motivazioni degli scioperi, ed ai movimenti, girotondini e no global in primis, che ne hanno fatto la punta di diamante per i loro slogan di protesta. L’indignazione di tutte queste persone che si sentono di dire no a questo provvedimento nasce dall’evidente interesse a favorire imputati eccellenti come l’On. Cesare Previti e lo stesso presidente del Consiglio Berlusconi, i quali sono coinvolti nel processo Sme-Ariosto che si svolge a Milano. La coincidenza non può essere solo tale in quante, oltre ad aver espressamente manifestato la sua intenzione di essere processato, insieme a Previti, dalla corte di Brescia, Silvio Berlusconi, appoggiato dai suoi alleati, ha fatto passare questa legge in meno di 100 giorni, seppur modificando leggermente il testo. Ma chi fa ragionamenti del tipo “se sono colpevoli saranno comunque condannati, a Milano come a Brescia, a Potenza, ad Atene o a Shangai, e dunque non possono sperare di trarsi d’impaccio in questo modo” commette un errore dovuto alla disconoscenza del testo di legge; il quale testo prevede, nell’articolo 1, che l’imputato ha diritto a chiedere lo spostamento del processo per legittimo sospetto-spostamento che, come tradizione nel sistema giuridico italiano, durerebbe parecchi mesi; e prevede, nell’articolo 2, che l’imputato ha diritto di chiedere, e ottenere, lo spostamento del processo all’infinito, quindi, se 2 più 2 fa 4, di far finire il reato in Prescrizione, senza essere assolto, ma nemmeno condannato. Sembra quindi che i due imputati eccellenti, che da quando sono tali non fanno altro che definire la magistratura “giacobina e comunista” (pochi anni prima stranamente ne lodavano l’impegno e la serietà) se la caveranno altrettanto eccellentemente, per poter continuare a governare tranquillamente senza fiati comunisti sul collo.

Un secondo fatto ben più recente, che ha suscitato non poco scalpore, è stato l’arresto nella notte tra il 15 e il 16 novembre di 20 attivisti no global, ordinato dalla Procura di Cosenza, tra cui figurano il leader calabrese del movimento e soprattutto il ben più noto e telegenico Francesco Caruso, portavoce del movimento e capo dei Disobbedienti Campani. Le accuse, peraltro molto gravi, riguardano presunti atti sovversivi che “avrebbero ostacolato l’operato del governo”, cui si aggiungono le accuse secondo le quali queste 20 persone avrebbero fomentato gli scontri verificatisi durante i vertici internazionali tenutisi prima a Napoli, e poi a Genova, nel 2001. Anche in questo caso le proteste contro questo provvedimento sono giunte violentissime; moltissime scuole sono state occupate in questi giorni da studenti che si riconoscono nel movimento, cortei e girotondi si sono tenuti e si terranno in molte città in questi giorni, e nel mondo politico i commenti sono arrivati puntuali: nel centrosinistra si è tenuta una linea fin troppo prudente e attendista, nel nome di una coerenza secondo cui di una magistratura che si è difesa fino al giorno prima non si possono criticare le decisioni, ma “bisogna lasciarla lavorare, in quanto istituzione autonoma e indipendente”; al contrario, a destra cè chi lo giudica un provvedimento da prendere da tempo, e chi afferma che i giudici siano stati fin troppo severi (e tanto di guadagnato). Pur non nascondendo la nostra scarsa simpatia per Caruso e il suo movimento, non possiamo non notare con quale brutale rapidità si sono messi in galera degli indiziati, all’indomani di una pacifica presenza dei no global a Firenze; forse il rispetto delle regole di chi ha preso parte ai cortei ha deluso qualcuno? Qualcuno che avrebbe scommesso su un ben altro esito delle manifestazioni e che è rimasto con…un palmo di naso? Non lo sappiamo e, forse, non lo sapremo mai; auguriamoci invece, come al solito, che la giustizia segua il suo corso.

Un ultimo caso, forse il più eclatante, che ha riempito le prime pagine anche dei giornali esteri, è stata la sconcertante quanto inattesa condanna del senatore a vita Giulio Andreotti a 24 anni di reclusione per l’omicidio del giornalista Pecorelli emessa domenica 17 novembre. La corte, che aveva assolto in primo grado tutti gli indiziati (Andreotti, Badalamenti, Calò, Carminati, La Barbera e Vitalone) dalla richiesta di ergastolo del pm, ha accolto la nuova richiesta in appello di quest’ultimo e ha condannato a 24 anni, oltre a Giulio Andreotti, anche Gaetano Badalamenti per omicidio volontario in qualità di mandanti, mentre ha nuovamente assolto tutti gli altri, compresi Calò e Carminati, accusati di essere gli esecutori del delitto. Difficile descrivere lo sconcerto generale che la notizia ha suscitato nel mondo politico; lo stesso Andreotti si è detto incredulo, pur ribadendo la sua fiducia nel sistema giudizario in generale, e molto cauto è stato anche Ciampi (“non commento ma non riesco a crederci”), al contrario del capo del Governo che ha definito la giustizia “impazzita”; più o meno lo stesso commento di Follini (“è una giustizia che cammina a testa in giù”) mentre dichiarazioni oscillanti tra l’incredulo e lo sconcerto sono venute anche da Scalfaro, Castagnetti e, più in generale da tutta la fascia ex-democristiana. Un’unico commento significativo fuori dal coro è giunto da Di Pietro, che ha criticato il premier e quanti hanno messo in dubbio la validità del sistema giudiziario amche in presenza di una decisione presa da una corte d’appello in presenza di un teste come Tommaso Buscetta.

In questo nostro Paese, dove ormai la tendenza è quella di giudicare le sentenze giuridiche come fossero decisioni arbitrarie in una partita di calcio (ed anche lì quanto a polemiche ci si dovrebbe dare una calmata, e ciò vale soprattutto per presidenti e allenatori) non si può far altro che augurarsi una giustizia che possa lavorare senza pressioni esterne e che, ci volessero anche trecento anni, giunga sempre ad una conclusione giusta senza punire degli innocenti. Che poi, al giorno d’oggi, queste speranze siano pura utopia, è un altro discorso.

(9 gennaio 2003)

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